mercoledì 29 febbraio 2012

Recensione di "Scomparso"

Pur essendo uscito per la prima volta oltre 40 anni fa, Scomparso è un romanzo di un’attualità sconcertante e connotato da un linguaggio moderno e mai volgare nonostante non si tiri indietro nel descrivere e trattare temi tutt’altro che all’ordine del giorno. Un plauso iniziale, quindi, va sia alle capacità letterarie di Joseph Hansen, autore, che riesce sempre a rimanere in equilibrio tra innovazione e buon gusto, ma anche a Manuela Franzon, traduttrice, che fa di questo mestiere spesso tristemente sottovalutato un’arte.
Il detective protagonista non è il solito investigatore a cui la letteratura noir (più o meno) ci ha abituato negli anni: prima di tutto lavora ufficialmente per una compagnia di assicurazioni (il che, probabilmente, lo rende perfino più temibile!); in secondo luogo è dichiaratamente omosessuale. Sicuramente uno dei pochi, se non l’unico, detective gay della letteratura. Il suo nome è Dave Brandstetter e il caso di cui si occupa in Scomparso è quello di un uomo, Fox Olsen, candidato sindaco di una città della California e celebrità della radio locale, che non si trova e la cui eventuale morte potrebbe fruttare 150.000 dollari ai familiari (una bella cifra, se rapportata all’epoca in cui il racconto si svolge: gli anni ’70).

Recensione de "La casa per bambini speciali di miss Peregrine"

La casa per bambini speciali di miss Peregrine porta con sé qualcosa di mistico e magico sin dalla pubblicazione negli USA da parte di una casa editrice che sforna al massimo 25 titoli l’anno, e che tra i suoi bestseller ha avuto giusto Orgoglio e pregiudizio e zombie e alcuni manuali di non grande importanta. Insomma, deve essere stata una piacevole sorpresa vedere Miss Peregrine prima essere nominato libro del mese su Amazon, poi entrare nella classifica bestseller del NY Times e in seguito vendere 200.000 copie nelle prime settimane di pubblicazione.
Ma mettiamo da parte le cifre, per quanto favolose. Vediamo il contenuto di quest’opera che molto probabilmente diventerà un classico. Jacob Portman è un bambino che sogna l’avventura. Jacob ha un nonno, un raccontastorie al quale non crede nessuno. Quando Jacob diventerà un ragazzo scoprirà che è inutile partire all’avventura, perché il mondo è già stato completamente esplorato, e inoltre si renderà conto che le storie del nonno devono per forza esser false. Bambini speciali, figurati se è possibile!
La vita per Jacob è quindi una noia, una noia tremenda, spezzata solo dalla traumatica uccisione del nonno, che e in punto di morte lo indirizzerà verso un’isola misteriosa dall’altra parte dell’oceano. Forse un po’ di avventura ci sarà, nella vita di Jacob.

martedì 28 febbraio 2012

Recensione de "I piatti più piccanti della cucina tatara"

La più grande vittoria di Alina Bronsky in questo suo nuovo romanzo è quella di riuscire a non farci chiudere il libro per via dell’odio profondo che si prova nei confronti della protagonista, la vecchia – ma giovane all’anagrafe – signora Rosa; e già questo nome, attribuito alla madre di Sulfia e nonna di Aminat è una grandissima presa in giro sulla quale la Bronsky gioca, perché Rosalinda “rosa” non lo è per niente, nemmeno nella più inifinitesima parte del suo DNA, e fa di tutto per ricordarcelo: costringe Sulfia a compiere azioni contro i suoi principi, Aminat a sottomettersi alla sua volontà e prova addirittura a imporre a Dio il proprio volere! Ovviamente, e a questo punto è da ritenersi scontato, la signora crede d’aver ragione e diritto su tutto, sempre.
Con il comunismo di sottofondo, che viene percipito senza la necessità di chiamarlo con il suo nome ma solo attraverso i gesti e le azioni dei personaggi, tre femmine provano a sopravvivere alla loro rispettiva famiglia, più che al mondo che le circonda… Solo Aminat riesce a tener testa a nonna Rosa, però sotto minaccia, crolla, ubbidisce e tace. “Se primo smetti di essere così trasandata, secondo continui ad andare bene a scuola, terzo una sera sì e una no lavi i piatti al posto di tua madre, quarto il sabato passi l’aspirapolvere, quinto prepari i vestiti che tua madre deve lavare, sesto le ricordi quando deve fare la spesa… Hai segnato tutto? Bene. Se fai queste cose per tre mesi potrai prendere un gatto”.
Dopo aver responsabilizzato (sarebbe meglio dire “schiavizzato”) la nipotina, il pensiero della nonna è il seguente: “L’arrivo del gatto ebbe anche risvolti positivi. Per ragioni oscure, infatti, Aminat dava per scontato che Parassita (il nome del gatto secondo Rosa) fosse mio. Bastava che minacciassi di toglierglielo e lei faceva tutto quello che volevo”.

domenica 26 febbraio 2012

Recensione di "Malcom"


La copertina di questo romanzo, Malcom, scritto da Massimo Cuomo e uscito per edizioni e/o appena due settimane fa, è perfettamente in grado di descrivere la situazione del protagonista di questa storia, Marcello Zanzini, trentenne rimasto al verde e con una casa vuota, o che si sta per svuotare poco alla volta, pagina dopo pagina.
La vicenda si svolge nell’arco di una settimana scandita dai titoli dei capitoli del libro. Il primo, appunto, è domenica. Massimo Cuomo parte dal giorno di riposo preferito dagli italiani per ingannarci, per farci credere che il protagonista magari un lavoro ce l’ha e che in questo momento è casa come tanti altri, e invece è appena stato licenziato. Oltre al danno c’è pure la beffa: al momento non ha un soldo e, come suggeritogli dal miglior amico che gli parla via chat, si mette a vedere oggetti su eBay, roba il cui valore affettivo è cento volte superiore al valore reale. Ma non è finita qui, infatti il caro Marcello Zanzini ha appena scoperto la sua, ormai ex, ragazza con un venditore porta a porta; e fin qui è una storia come tante, se non fosse che un giorno un barbone gli regala una scheda telefonica e la sua vita inizia a percorrere dei binari stabiliti da un certo Malcom.
Malcom è uno di quei libri che partono malinconici e poi, piano piano, ti fanno sentire bene. Si inizia a tifare per Marcello Zanzini affinché la sua vita migliori dal lavoro all’amore, sotto ogni punto di vista. Ci si immedesima e lo si accompagna con la speranza di infilarsi tra una riga e l’altra, parola dopo parola, e dargli una mano.
Un romanzo che è uno specchio del ritratto dei giovani d’oggi, costretti tra precarietà e carriere senza senso, imbambolati dal capo o dai compagni di lavoro che usano termini inglesi invece che vocaboli italiani. Malcom ai giovani fa pensare: “Sì, è capitato anche a me”, e non è un pensiero positivo, solo depressione sociale su vasta scala.
Inoltre gli appuntamenti tra amici partono tutti sul web e poi, se proprio serve, si usa il telefono. Su Skype, MSN, o Facebook è più facile, il lato negativo è che mentire da dietro uno schermo è semplice: il senso di colpa è minore e non c’è il tono della voce che “ti frega”, si possono nascondere le emozioni con molta facilità dato che la conversazione è sterile, senza passione, pure quando la passione dovrebbe esserci.
Le edizioni e/o si confermano scopritrici di talenti italiani: quest’anno, dopo gli esordi di Viola Di Grado e Fabio Bartolemei, ecco un altro autore da seguire, Massimo Cuomo. Ciò non può che confermare il fatto: se i grandi gruppi editoriali fossero un po’ più aperti verso i manoscritti che la gente vorrebbe spedirgli, troverebbero ottimi autori anche tra i giovani italiani senza essere costretti a dare migliaia di euro d’anticipo per comprare i diritti dagli americani.
Massimo Cuomo, con un testo dalla scrittura semplice e comprensibile, ci regala una narrativa alla portata di tutti, che si legge con gran piacere. Un libro perfetto da portare sotto l’ombrellone.

Malcom
Autore: Massimo Cuomo
Casa editrice: e/o
Pagine: 288
Prezzo: 18 €

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sabato 25 febbraio 2012

Recensione de "Il decennio perduto"

Rivalità come quelle tra Francis Scott Fitzegerald eErnest Hemingway non sono applicabili agli autori dei nostri giorni; l’unico paragone, per quanto banalissimo ed esasperante, è quello tra i vampiri di Lisa J. Smith e quelli di Stephenie Meyer, ma ad oltre ad avere in comune casi di “pedofilia” (ricordiamolo, i vampiri hanno oltre cento anni e si innamorano delle sedicenni…) e alcune frasi come “Questo genere l’ho inventato prima io” lanciate casualmente sulla home page del proprio sito, le due signore non sono andate oltre.
Tornando a chi ci sta più a cuore, il signor Scott e il signor Ernest – prima grandi amici, poi grandi rivali, in seguito uno succube dell’altro – hanno reso più eccitante la loro rivalità inserendo l’uno la caricatura dell’altro nei propri racconti e romanzi, oltre che la propria vita, sino a sconfinare nel mito.
La casa editrice Mattioli 1885, alle prese con la (ri)pubblicazione di grandi classici ancora attuali, non ha potuto fare a meno di tenere caldo un posto nel suo catalogo per questa raccolta di racconti scritti da Francis Scott Fitzegerald dal titolo Il decennio perduto. In essa vi sono quattro racconti dal sapore amaro, quasi come quando la fiamma sta consumando lo stoppino di una candela e rimangano quei pochi attimi di luce che necessitano una pronta reazione che spesso non avviene. Potremmo semplicemente dire che questi racconti rappresanto, perlomeno in parte, gli ultimi decenni vissuti dell’autore.
Nel primo, Pazza domenica, veniamo immersi in una festa hollywoodiana. Il protagonista, una sceneggiatore proprio come lo stesso Fitzegerald, fa una figuraccia colossale di fronte alla folla, esattamente come era accaduto a Scott nel ’32 quando si ubriacò di fronte ad illustri personaggi dello spettacolo.
Nel secondo, Finanziando Finnegan, parla un po’ di se stesso e un po’ di Hemingway. In particolare il racconto parla di un autore che il protagonista non ha mai occasione di incontrare (Scott ed Ernest si erano persi di vista per lunghi anni) e questo autore ha un talento enorme, solo che non è così produttivo e chiede sempre continui anticipi e ogni tanto tenta qualcosa di pericoloso, come un certo Hemingway.
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 Il terzo, Il decennio perduto, il racconto che fa da titolo alla raccolta, riguarda gli anni tra il 1930 e il 1940. Fitzegerald si chiuse in se stesso e, come racconta Nicola Manuppelli nell’introduzione al libro, l’autore confessò il proprio fallimento, il tramonto del rapporto sentimentale con la moglie, dell’amicizia con Hemingway. Tutto ciò lo logorò fino alla morte. Il decennio perduto va particolarmente apprezzato perché forse è il racconto che più si discosta dalla vita dell’autore, ma che comunque riesce meravigliosamente a dimostrare l’immagine distrutta che ha di sé. Un lettore fedele a Fitzegerald non può non leggerlo.
Il quarto, Un caso d’alcolismo, è quello che crea più pena nella mente del lettore. L’uomo che perde la virilità e l’indipendenza. Quasi come perdere la libertà.
L’antologico Il decennio perduto assomiglia a un diario romanzato della vita dell’autore, una cosa che in pochi sono in grado di fare. Fitzgerald, ovunque possa essere in questo momento, può consolarsi: pur avendo creduto di essere al di sotto di Hemingway, le sue opere sono ancora amate ed acquistate anche grazie all’Hollywood che non era riuscita ad apprezzarlo appieno, Intanto, i libri del caro Ernest stanno perdendo passo perché difficilmente apprezzabili dal (rimproverabile?) lettore medio odierno. In ogni caso, pochi incontri-scontri letterari possono vantare un tale livello di qualità. In fondo, uno “scontro tra Titani” è pur sempre uno spettacolo imperdibile per i comuni mortali.

Il decennio perduto
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Traduttore: Nicola Manuppelli
Editore: Mattioli 1885
Pagine: 96
Prezzo: 12,90 €

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venerdì 24 febbraio 2012

Intervista a Eva Clesis


Eva Clesis, dopo l’ironico 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello, torna alla stesura di un romanzo e lo fa con E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco, edito da Newton Compton. Romanzo che originariamente doveva chiamarsi Sulla cattiva strada, ma chiare scelte di mercato (il fatto che Vasco Rossi si ritiri alla fine di questo tour) hanno portato l’editore a cambiare il titolo in quello attuale. Almeno è ciò che viene da pensare. Comunque, con la speranza che un fan di Ligabue non si neghi questa lettura, abbiamo intervistato Eva Clesis.
Come è nato il tuo ultimo romanzo, E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco?
Il romanzo è nato due anni fa, avevo molta voglia di affrontare una storia con più personaggi, carichi di attese, e di incastrarli in un tempo di appena ventiquattro ore. L’idea iniziale era quella di parlare di piccole storie di emarginazione, storie parallele molto simili alla vita quotidiana, in cui chiunque poteva riconoscersi perché abbracciano più generazioni.
La scelta di adottare come sfondo, e infine parte del libro, una protesta studentesca è dovuta ai recenti eventi accaduti a Roma e nelle principali città italiane?
La scelta era funzionale alla storia. Gli studenti della piccola provincia che si spargono per la città e si mischiano alla fiumana di altri studenti, gli insegnanti preoccupati per la riforma scolastica, quella sì una parte fondamentale perché ha portato a un nuovo senso di precarietà sociale: da una parte il ruolo sempre più traballante degli insegnanti, dall’altra il problema della formazione culturale dei ragazzi.
I protagonisti, perlopiù adolescenti ma anche adulti già formati, sembrano tutti vivere in una fase di stallo che la parte del titolo e intanto descrive alla perfezione. Questa è questa la visione che hai riguardo la vita attuale?
La fase non la definirei di stallo, tieni conto che tutto si svolge in un giorno, e se consideri questo, succedono fin troppe cose: la sensazione che ho voluto trasmettere è quella di incertezza esistenziale e dell’imminenza di qualcosa, mi piace descrivere sempre l’attimo prima dei drammi o delle fortune, quel momento in cui tutto in potenza può accadere. Sicuramente uno sguardo disincantato e una visione precaria della vita, quella che ho attualmente, hanno contribuito a formare l’immagine delle vite dei personaggi come di piccoli universi, microcosmi di impressioni e volontà che girano senza una direzione precisa. D’altra parte a quindici anni è difficile avere le idee chiare.

giovedì 23 febbraio 2012

Intervista a Claudio Volpe


Abbiamo avuto modo di intervistare Claudio Volpe, autore alla sua prima pubblicazione con il romanzo Il vuoto intorno, edito dalle edizioni Il Foglio Letterario. Un libro di cui, a breve, verrà tratta un’opera teatrale. Un libro crudo e forte, di cui avrete la possibilità di capire qualcosa leggendo quest’intervista.
Claudio Volpe, ventunenne, scrittore esordiente. Come ti suona questa frase?
Strana. Per l’esordiente non c’è alcun problema. È lo “scrittore” che mi spaventa. Mi piacerebbe sicuramente esserlo pienamente ma per ora diciamo che sto iniziando a percorrere la lunga strada della parola, del pensiero, dei versi, delle immagini, delle storie raccontate con forza e rispetto. Esordire a vent’anni è sicuramente una grande emozione, farlo a certi livelli ancora di più ma è anche un grande impegno, una grande responsabilità. Un pensiero fisso per il resto della vita. Devi riuscire a non smentirti, a non ripeterti e a non deludere nel futuro. Ma anche il presente è un bel rischio. Devi dimostrare che a vent’anni, che nonostante i vent’anni, hai qualcosa da dire, da dimostrare, da far comprendere al pubblico dei lettori, all’altro. Bisogna convincere i lettori adulti che un ragazzo di vent’anni è in grado di scrivere qualcosa di interessante, qualcosa che probabilmente neanche scrittori veterani e affermati sarebbero in grado di scrivere, e al contempo convincere i lettori giovani, della tua stessa età, che tu, proprio come loro hai infiniti mondi dentro, racchiusi uno dentro l’altro come le matrioske. La giovane età, l’inesperienza, la follia, la non ancora avviata degenerazione verso la disillusione sono un vantaggio. Un valore.
Gordiano Lupi, un editore che scommette sui giovani. Quanto è stato emozionante venire a sapere che ti avrebbe pubblicato?
Molto, forse troppo. Io ho avuto davvero poca possibilità di rendermi davvero conto che Gordiano Lupi, il Gordiano lupi de Il Foglio letterario, de la Stampa e traduttore per l’Italia di Yoani Sanchez, aveva deciso di pubblicarmi e mi aveva telefonato dopo soli tre o quattro giorni dall’invio del mio manoscritto. È avvenuto tutto così velocemente da stordirmi… Forse me lo sono meritato però… è quello che mi dicono coloro che già hanno letto Il vuoto intorno: “Mi hai stordito con questo romanzo… ora devo respirare”.
L’inferno e il paradiso sono una tematica trattata da migliaia di anni; la tua idea, che è originale, com’è arrivata?
Non credo che sia arrivata. È sempre stata lì dentro di me. Inferno e paradiso, male e bene, morte e risurrezione sono da sempre dentro di noi, dentro l’uomo anche se qualcuno finge o cerca disperatamente di non accorgersene. Ognuno di noi è fatto di male e di bene, e male e bene hanno entrambi un’importanza fondamentale. Il bene c’è perché esiste il suo opposto, il male, che permette di poterlo riconoscere. Come la luce che esiste solo perché è in grado di prendere il posto del buio. Il romanzo racconta la storia di distruzione di un ragazzo padre che sente il bisogno di annientare se stesso e la propria dignità per poter rinascere e acquisire nuova e compiuta consapevolezza di sé. È la storia di tante vite storte, sbagliate, assurde dove l’oscenità e la follia divengono un valore, la salvezza dalla morte. La salvezza dal nulla.
Era tua intenzione far riflettere il lettore, o sono solo parole capitate nel giusto contesto narrativo?
Era mia intenzione far riflettere e “disturbare” il lettore, fargli sentire il male della storia nella pelle, nelle vene, nella mente perché la vita, come la parola, colpisce non solo al cuore ma anche al corpo. La scrittura è una gioia dolorosa, un sentire straripante che ti spinge ad andare avanti nonostante il male che si può incontrare.
Un libro che è venuto fuori in 10 giorni, poi, quanto ci hai messo per la riscrittura?
Anche per la riscrittura ho impiegato poco tempo. Il lavoro di correzione e riscrittura che ho fatto è stato diretto principalmente ad attuare una ripulitura stilistica del testo. Ho smussato alcuni spigoli (pochi perché volevo che questo romanzo fosse appuntito), ho risolto alcune incongruenze nella trama che inevitabilmente sono venute fuori e ho letto e riletto tante volte ad alta voce il testo per sentirne il suono. Il genere di romanzi che amo sono quelli che assomigliano ad una lunga poesia. Musicalità alternata a singhiozzi, velocità mista a pesantezza. Volevo che le parole avessero un loro peso, una loro importanza e una loro corposità. Solo quando hanno una loro consistenza materiale le parole sono in grado di colpire, di entrare dentro, nell’anima e di scavarvi con forza.
Prossime presentazioni?
Il 2 settembre sarò ad Agropoli, il paese dove per una parte è ambientato il romanzo, nell’ambito del “Settembre culturale al castello”, un’importante manifestazione culturale della durata di un intero mese dove l’arte in tutte le sue manifestazioni sarà protagonista indiscussa. Tra settembre e ottobre ci sarà una nuova presentazione a Pontinia al Teatro Fellini dove Il vuoto intorno diverrà anche uno spettacolo teatrale. Poi ci saranno le date di Latina, Roma, forse Torino e Milano e spero tante altre.
I tuoi autori preferiti?
Amo la letteratura italiana perché ha la caratteristica, di solito, di non essere veloce e disimpegnata. Amo gli autori le cui opere hanno un certo peso al loro interno, il peso del dolore dell’uomo, della ricerca della propria dignità, della vita. Amo le storie contundenti che ti stordiscono. Cerco di leggere un po’ di tutto, sia per quanto riguarda i generi letterari che gli autori. La mia autrice contemporanea preferita è senza dubbio la Mazzantini. Non so spiegarne il perché: è così e basta. Tra gli autori passati apprezzo molto Pirandello e il suo pensiero profondo, la sua acutezza.
Cos’hai sul comodino?
Una pila di circa venti libri acquistati durante questi giorni e in attesa di essere letti. In cima c’è Sangue di cane della Tomassini. L’ho iniziato a leggere e lo trovo davvero speciale, di rara bellezza, spero di poterlo terminare a breve (università permettendo). Alla base della pila ci sono una serie di romanzi russi che ho deciso di leggere durante l’estate. Non l’ho ancora fatto. Credo che ogni libro richieda una specifica preparazione e uno specifico momento della vita per essere letto.
Come ti vedi da qui a cinque anni?
Per ora non mi vedo. Vivo quello che viene. Talvolta siamo così presi dal pensare a come progettare il futuro che finiamo per dimenticarci della bellezza del presente. Dimentichiamo di dover essere felici per quello che ci accade nell’ora, nell’adesso. È vero che il futuro è ciò che maggiormente ci interessa perché è il posto nel quale dobbiamo passare il resto della nostra vita, ma è pur vero che il presente ha il suo perché. Il presente è la chiave che apre la porta verso il futuro.
Una domanda che avresti voluto ti facessi?
“Perché nel tuo romanzo si parla così tanto del dolore?” Se mi avessi fatto questa domanda ti avrei risposto che parlare del dolore è necessario, indispensabile. Il dolore, come il male, gambizza l’uomo, lo rende un animale, una cosa, lo priva della sua dignità. Mariapia Veladiano, finalista al Premio Strega di quest’anno, in una sua presentazione ha detto che l’unica soluzione per evitare che il male si propaghi è farlo morire in sé, accettarlo dentro di noi e bloccarlo, ibernarlo, farlo morire evitando così che esso passi ad infettare qualcun altro. Ecco, io credo che scrivere e parlare del dolore sia un buon modo per iniziare a far morire il male in sé. Far finta di niente, fingere che il dolore non esista o che sia solo transitorio in virtù della ricerca di un antidestino nel quale l’uomo, smettendo di essere tale, si proietti verso l’immortalità e verso il mito della salute perfetta, non ha alcun senso. L’uomo è meraviglioso proprio perché mortale e precario. La precarietà dà valore alla vita perché la rende preziosa. L’imperfezione è un vantaggio. È in essa che risiede la dignità di ognuno di noi.

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mercoledì 22 febbraio 2012

Intervista a James Dashner

La scorsa settimana abbiamo avuto modo di recensire Il labirinto, un romanzo che negli USA ha già un enorme schiera di lettori e che in Italia, invece, viene
tradotto solo ora. Pubblicato nel bel paese da Fanucci, Il labirinto, scritto da James Dashner, è il primo libro di una trilogia che troveremo nei cinema nostrani nella seconda metà del 2012. Per toglierci qualche sassolino dalla scarpe, e anche perché non esiste alcuna intervista “italiana”, abbiamo deciso rivolgere qualche domanda all’autore.

Quando hai iniziato a scrivere?
Ho scritto per tutta la mia vita, iniziando da bambino con i racconti. Semplicemente amo raccontare storie, ed è sempre stato così. Ma all’università ho iniziato a prenderle seriamente e a scrivere i primi romanzi.
Come hai trovato il tuo agente letterario, Michael Bourret?
Il mio agente è il migliore del mondo! Ha fatto così tanto per la mia carriera e ha cambiato la mia vita per sempre. Sono stato presentato a lui dalla mia collega, e ora amica, Sara Zarr. Buon per me!
Il labirinto è il tuo primo libro che viene tradotto in Italia, cosa provi?
Sono veramente eccitato di esser riuscito ad entrare nel territorio italiano. Un luogo che voglio assolutamente visitare, forse il primo della lista dei posti da vedere! È veramente “figo” essere lì sottoforma di libro, e spero che piaccia a voi tutti.
Com’è nata l’idea del labirinto?
Alla gente dico sempre che sono stato ispirato da due libri: Il gioco di Ender e Il signore delle mosche. Penso che ne Il labirinto troverete elementi di entrambi.
Il linguaggio colorito utilizzato dai radurai è un modo per evitare di dire molte parolacce, cosa ne hanno pensato i lettori americani?
Volevo che il loro linguaggio sembrasse duro (e qui forse c’è stato un problema nella traduzione italiana dove sembra piuttosto morbido, ndr) e che avesse una fragranza di qualcosa dei tempi andati. Inoltre un linguaggio di questo tipo ha permesso ai miei libri di rimanere nelle scuole, cosa per me importante.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Sto leggendo Horns di Joe Hill (uno dei figli di Stephen King che, per motivi che tutti possiamo immaginare, quando scrive romanzi rifiuta di utilizzare il cognome del padre, ndr). È fantastico!


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Recensione de "Il labirinto"

Leggere il primo libro di una trilogia è come piantare un seme senza sapere che albero ne verrà fuori. Questa è l’idea che si ha una volta terminata la lettura de Il labirinto, un romanzo che per certi aspetti sembra più un lungo prologo a ciò che avverrà in seguito.
Rinchiuso in una prigione buia che si muove come un razzo verso l’alto, Thomas non ricorda più nulla tranne il suo nome. All’arresto dello strano ascensore trova dei ragazzi ad aspettarlo: sono i radurai, gli abitanti della Radura, un posto dove il tempo non cambia mai; dove c’è la corrente elettrica ma si vive come se si fosse nel medioevo; dove ogni giorno, e sempre alla medesima ora, dei muri scorrono sino a chiudersi (la sera) o ad aprirsi (al mattino). Oltre questi muri c’è il labirinto, un posto inospitale per i ragazzi e allo stesso tempo perfetto per i mostri che vi abitano. Questo labirinto ha una particolarità: le pareti si muovono sino a cambiare posizione ogni giorno, e negli ultimi due anni nessun raduraio è riuscito ad oltrepassarlo.
Dietro la copertina aggressiva, che ricorda i libri di Barry Eisler editi da Garzanti, vi sono oltre 400 pagine dalla scrittura semplice, ma non per questo deludente: infatti è impossibile fare a meno di andare avanti perché ogni capitolo non soddisfa mai la fame del lettore e lo costringe a spingersi alla ricerca del dessert. Oltretutto, se non gli dovesse interessare la storia di Thomas e compagni, sarebbe comunque curioso di trovare la soluzione ai movimenti di questo enigmatico labirinto e non potrebbe fare a meno di correre e voltare pagina sino agli ultimi capitoli.
Il labirinto è un libro che si rivolge ai più giovani, e lo fa anche grazie al linguaggio colorito utilizzato dagli abitanti della radura, che preferisco sostituire, con fare onomatopeico, alla parola “merda” il termine “sploff”, l’inequivocabile rumore prodotto dall’abbraccio delle feci con l’acqua del water.
Partendo dal mito del minotauro, passando a Battle Royale, il romanzo di Koushun Takami, Il labirinto è un mix di elementi già letti o già visti e ripresi in chiave citazionista, che hanno sempre affascinato e stimolato la fantasia dell’uomo, e originali, ai quali non è riuscita a resistere la regista di Twilight e Cappuccetto rosso sangue, Catherine Harwicke, che dirigerà il primo capitolo di questa trilogia in uscita nei cinema a fine 2012.
James Dashner è uno di quegli autori che, a poco a poco, ha risalito tutti i gradini della scala editoriale e ora, negli USA, è un affermato scrittore di libri per ragazzi e, ovviamente, riesce a mantenersi facendo questo lavoro, cosa quasi impossibile in Italia. Tra gli altri suoi libri usciti oltreoceano vi è il seguito de Il labirinto, The Schorch Trials, la saga di Jimmy Fincher e la trilogia The 13th Reality.

Il labirinto
The Maze Runner
Autore: James Dashner
Traduzione: Annalisa Di Liddo
Casa editrice: Fanucci
Pagine: 428
Prezzo: 17 €

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Trailer del libro in versione americana:

Recensione de "La bambola dagli occhi di cristallo" e intervista a Barbara Baraldi


I portici  lungo le strade di Bologna, utilissimi in inverno per evitare di fare uno scivolone sulla neve, servono a poco se tra di essi vi si aggira una misteriosa killer senza scrupoli che, in tacchi a spillo, è sempre pronta a ferire a morte uomini eccitati. L’ispettore Marconi è il primo a intuire un collegamento tra gli omicidi, ma servono delle conferme, qualcuno che aiuti a capire chi sia la spietata assassina. A quanto pare l’unica persona pronta a venire in soccorso dell’ispettore è una medium, una testimone poco affidabile e con un fidanzato violento…
La bambola dagli occhi di cristallo, uscito nelle librerie inglesi lo scorso anno con il titolo The Girl with Crystal Eyes, era stato originariamente edito per il circuito delle edicole nella collana Giallo Mondadori. Ora, a tre anni di distanza, viene pubblicato nuovamente da Castelvecchi in una ristesura che aggiunge allo scritto originale una cinquantina di pagine andandolo a migliorare la narrazione e la completezza del testo, grazie anche alla maturata esperienza dell’autrice, Barbara Baraldi, che dal 2009 ha scritto ben cinque romanzi (di cui tre per Mondadori, uno per Castelvecchi e uno per Perdisa).
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La componente più importante di un giallo? Sino all’ultimo non si deve scoprire chi è l’assassino. Quella di un film d’azione? I fatti si susseguono uno dopo l’altro a velocità elevata. Entrambi gli elementi pervadono le pagine del romanzo di Barbara Baraldi che, con una scrittura limpida volta a non appesantire il testo, ci immerge nelle storie di donne, perlopiù ragazze, non rispettate e tradite dai propri compagni. Ognuna ha subito un trauma, o lo sta subendo, ognuna potrebbe essere pronta ad uccidere, dalla ricca e gelosa ereditiera alla ragazza che, per sentirsi meglio, coccola un gattino.
La bambola dagli occhi di cristallo potrebbe essere mediaticamente avverito come la rivincita femminile su un mondo sessista dove l’uomo, anche e soprattutto per costituzione fisica, ha la meglio. Se in giro ci fosse una vendicatrice travestita da “una ragazza da una botta e via” quanti sarebbero i maschi pronti a lasciarsi abbindolare dopo una splendida serata?

Di seguito, l’autrice risponde ad alcune domande.
In un’intervista dici che La bambola dagli occhi di cristallo originariamente pubblicato in edicola nei Gialli Mondadori con il titolo La bambola di cristallo è diverso da quello pubblicato oggi da Castelvecchi poiché lo hai ampliato, revisionato e migliorato, ma quello che ci interessa sapere è: da quale dei due è stato tratto il libro tradotto in Inghilterra?
La versione uscita in Inghilterra è una versione “intermedia”. Si tratta essenzialmente della stesura uscita originariamente nel Giallo Mondadori, con alcune modifiche nell’ordine dei primi capitoli e un finale un po’ più lungo.
La Castelvecchi si è interessata a questo romanzo solo dopo che sono venuti a conoscenza della pubblicazione estera?
Il mio più grande desiderio era portare La bambola in libreria anche in Italia. Ho conosciuto l’editore Castelvecchi nel periodo in cui ero in trattativa con l’Inghilterra. Ovviamente, non ho nascosto la cosa durante l’incontro, ma penso l’avrebbero pubblicato comunque, perché si sono davvero innamorati del romanzo.
Verrà poi ripubblicato anche il secondo volume, Bambole pericolose?
Spero di sì, anche se non è ancora iniziata una vera e propria trattativa in questo senso. C’è da dire che l’uscita di Bambole pericolose in edicola è recentissima, e quindi è presto per pensare a una ristampa.
Dopo il seguito di Scarlett, uscito in questi giorni per Mondadori, quale sarà il prossimo romanzo?
Un romanzo a fumetti! La protagonista è Bloodymilla, una vampira che non riesce ad accettare la sua natura demoniaca, e che si trova a combattere altri demoni. È una storia a metà tra Dracula e Il mucchio selvaggio, una sorta di western gotico ambientato tra i boschi dell’appennino e vecchi manieri, con streghe, cacciatori di vampiri cannibali e… marionette! Ai pennelli, due ragazze dal talento incredibile: Elena Cesana e Roberta Ingranata. Uscirà per Delos books, in una collana curata da Gianfranco Staltari e Stefano Fantelli. La presentazione del volume è prevista in autunno al Lucca Comics.

La bambola dagli occhi di cristallo
Autrice: Barbara Baraldi
Casa editrice: Castelvecchi
Collana: Le torpedini
Pagine: 224
Prezzo: 16,00 €
Sito ufficiale dell’autrice 

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martedì 21 febbraio 2012

Intervista a Jeff Kinney, l’autore di “Diario di una schiappa”

La storia di Jeff Jinney è alquanto bizzarra: ha iniziato come fumettista nel giornale del college ed era convinto che quello fosse il suo destino, poi però ha iniziato a programmare videogiochi e si dice che sia stato lui a creare il famoso portale per bambini www.poptropica.com e, infine, ha iniziato a scrivere in un blog Diario di una schiappa allegando in ogni post numerosi schizzi. Lì è stato notato da una casa editrice americana e ora è un autore da oltre 42 milioni di copie vendute nel mondo. In occasione della presentazione ai giornalisti dell’omonimo film tratto dai suoi libri – pellicola che uscirà questa estate – abbiamo avuto modo d’incontrarlo.
Qual è stato il suo ruolo nella realizzazione di questa pellicola?
Be’, dato che ho fatto anche da produttore esecutivo non mi sono occupato solo della sceneggiatura e quindi ho avuto modo d’esserci sin dalla scelta degli attori fino ai titoli di coda.
La prima volta che ha disegnato Greg si aspettava un successo simile?
No, non me l’aspettavo, anzi, non mi aspettavo nemmeno che un giorno il mio lavoro sarebbe stato pubblicato.
Quanto c’è di autobiografico nel personaggio?
Davvero poco, in certi aspetti proprio non mi ci riconosco, però, ovviamente, alcuni aspetti sono simili.
Come si sono comportati i giovani attori?
Sono stati davvero professionali, sapevano le loro battute e c’è stato un clima splendido.
Come scrive i suoi libri?
Ho sempre cercato di fare libri che si rivolgessero a un pubblico adulto, anche per far riflettere su certe situazioni, ma uscivano sempre fuori qualcosa per ragazzi. (Sorride)
Come è stato lavorare nel cinema?
Diverso. Quando si scrive si è da soli, invece nel cinema si fa tutto in gruppo, bisogna collaborare. Potevo suggerire molto, ma non potevo controllare tutto.
Cosa ci può dire riguardo la scelta della sceneggiatura?
Abbiamo tratto dai vari libri una collezione di scherzi che ci sembravano più divertenti e interessanti, e poi li abbiamo collegati tramite una storia. Anche nei libri la storia non mi interessa più di tanto, quello che mi importa è il divertimento.
Quando ha iniziato a scrivere, lei idolatrava qualcuno o seguiva un modello di autore?
No, cercavo semplicemente di entrare nel mondo editoriale e, nel modo in cui ci sono riuscito, credo d’aver creato un nuovo modello.

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Intervista a Boris Virani, dalla zuppa al premio Strega

Gordiano Lupi, l’editore di edizioni Il Foglio, aveva già portato al Premio Strega Wilson Saba, pubblicato Sacha Naspini, autore ora passato a Elliot, e Il divoratore di Lorenza Ghinelli, che è stato ripubblicato con successo da Newton Compton e in questo momento viene tradotto in oltre sette paesi in Europa e in tutto il Sud America. Gordiano Lupi scopre talenti e appena ha visto ciò di cui è capace Boris Virani ha deciso di pubblicarlo e di candidarlo immediatamente. Mangia la zuppa, amore è un incrocio tra teatro e letteratura, un romanzo che porta qualcosa di nuovo nel panorama editoriale italiano colmo di novità che sanno di prodotto marcio ancor prima d’uscire.
Di cosa parla il tuo libro?
Il libro parla di un ragazzo dal passato incerto, che si ritrova a muoversi in mezzo a strani personaggi. In realtà non si riesce a capire se questi personaggi siano strani perché sono effettivamente strani, o se vengono distorti dallo sguardo allucinato del protagonista. L’unica cosa che sembra essere ben solida e reale è la zuppa in cui il ragazzo si rifugia ogni qual volta si ritrova a lottare con la consapevolezza dell’assurdo, con il “magone”. Non esiste una trama, non c’è un tempo e quindi non c’è ordine, il libro riporta il flusso di coscienza del protagonista, intervallato dalle descrizioni di strane rappresentazioni oniriche.
Come è nato?
Mangia la zuppa, amore nasce diversi anni fa, e nel tempo ha subìto molte revisioni. Posso dire che è nato completamente diverso da com’è ora, sotto altri pensieri e bisogni. Con il passare dei mesi si è arricchito a livello tecnico e ha perso dei contenuti che ho ritenuto superflui. Direi che dopo quattro anni è proprio per questo che ho deciso di pubblicare: per frenare questa emorragia di contenuti. Stava diventando cinico.

Cosa ti ha ispirato?
Credo che “ispirazione” sia una parola che può voler dire molte cose. Se ispirazione è desiderio di comunicare un qualcosa (e non parlo solo di sentimenti o emozioni) allora sì, nella scrittura del libro sono stato ispirato. Avevo il desiderio di descrivere un certo tipo di vita che secondo me è sempre più diffuso, specialmente fra i giovani. Ma non volevo indicare un percorso particolare, non volevo consigliare, non volevo guidare.
Cosa ci puoi dire riguardo alla scelta dello stile che hai adottato?
Nei capitoli “narrativi” ho cercato di rendere al meglio lo smarrimento del protagonista, che è anche colui che scrive. Il lessico è semplice, la sintassi spesso confusa; periodi molto lunghi o molto brevi, frequenti ripetizioni. Ci sono anche delle stonature evidenti, un congiuntivo strano qua, una parola incomprensibile là. Roba che un italianista al leggerla storcerebbe il naso occhialuto. Tutto questo per rendere il caos che il ragazzo ha in testa, chissene degli italianisti. Per quanto riguarda i capitoli “teatrali” lo stile naturalmente è chiaro, freddo.
Come si collegano le parti teatrali del libro a quei momenti di vita quotidiana?
Apparentemente non si collegano, se non si fa attenzione a brevi messaggi e indizi lasciati nel testo. Solamente nel capitolo finale le due parti si uniscono per creare un collegamento, un nesso, che può essere interpretato in molti modi diversi.
Se potessi, cambieresti ancora qualcosa del tuo romanzo?
Un libro non potrà mai essere perfetto, almeno non nella mente del suo autore. Se non l’avessi pubblicato sono sicuro che sarebbe stato riscritto altre volte (forse per pulire quelle stonature di cui parlavamo prima, che adesso mi sembrano indispensabili). Accorgersi di quando bisogna chiudere, di quando “va bene così e stop”, è sempre difficile. Ogni volta che riscrivi si va a perdere qualcosa per un desiderio (giustificato) di ordine e chiarezza. Prima o poi bisogna staccarsi dal libro. Per me è stata una decisione sofferta, e ancora adesso mi chiedo se sia stata la scelta giusta. Me lo domanderò per anni, perché non potrò più metterci le mani, non potrò più cambiarlo, non potrò più cercare di dargli un tono particolare, un’ “educazione”. Ma non potevo fare altrimenti: mi assorbiva completamente.
Cosa c’è di te nel protagonista?
Di me ha solo il senso del vuoto, dell’assurdo, che comunque è ciò su cui si fonda il libro. La confusione, la mancanza di significati, un qualcosa che molte persone hanno in comune dietro i volti sicuri, provati, quotidiani. I personaggi e i luoghi sono invece frutto di fantasia, eccetto per la torre e per qualche monumento di Pisa. Comunque anche questo è un discorso complesso, una delle classiche domande a cui si fatica a rispondere, perché è difficile capire cosa sia la fantasia, dove inizi la tua vita e dove finisca quella degli altri.
Hai mai avuto il timore di metterti “a nudo” ?
No, questo no, perché nel libro c’è poco di autobiografico.

Come sei arrivato alle edizioni Il Foglio?
Tramite internet. Il Foglio è una casa editrice che accetta l’invio di scritti via email, un sistema economico per un esordiente squattrinato. Sette-otto mesi fa l’editore, Gordiano Lupi, lesse la penultima versione del testo, che al tempo aveva anche un altro titolo. Gli piacque, ma io decisi di aspettare ancora un poco, non ero convinto di pubblicare. In effetti dovevo riscrivere il libro ancora una volta.
Abbiamo sentito che c’è la possibilità che ti traducano all’estero…
Si è fatta avanti timidamente una casa editrice olandese che ha pubblicato grandi scrittori italiani. Stanno valutando.
Chi sono i tuoi autori preferiti?
La letteratura che preferisco è quella “oulipiana”, ovvero quella letteratura francese (e russa) che ha scavato nel campo del surreale. Dovessi fare dei nomi direi Queneau e Vian fra i francesi, Charms e Bulgakov fra i russi, ma ce ne sono moltissimi altri. Nella drammaturgia cito naturalmente Ionesco e Beckett, ma anche un più recente Pinter e altri scrittori “minori” appartenenti al teatro dell’assurdo.
Future presentazioni?
Probabilmente sarò a Roma per la fiera di Genazzano. Forse sarò presente anche al Salone del Libro di Torino, presso lo stand di Historica edizioni.
Stai già scrivendo un altro romanzo?
Ho qualche idea, ci sto pensando, ma ora ho troppo da fare.
Ascolti musica durante la stesura di un testo?
Se posso non ascolto, scrivo molto meglio se c’è silenzio; se invece sono distratto o è una giornata rumorosa metto un po’ di musica. Non un genere particolare, dipende da cosa devo scrivere: vado dall’elettronica alla classica.
Come ti vedi da qui a cinque anni?
Non mi vedo. Nel senso che non sono mai riuscito a immaginarmi più in là del domani. Non riesco a fare programmi.
Riguardo al Premio Strega, prima della scrematura a dodici persone hai detto: “Sensazioni belle, indipendentemente da cosa si deciderà domani. Un’occasione per farsi leggere da molte più persone. Una certa sicurezza, che per un esordiente significa tanto.” Ora che sei uscito, cosa ci dici?
Ripeto quello che ho detto. Essere inserito nella rosa iniziale mi ha dato fiducia, perché il mio libro è stato presentato da due colossi come Predrag Matvejevic e Paolo Ruffilli, che non conoscevo personalmente; e mi ha offerto anche una base importante in termini di visibilità, con la quale spero di poter raggiungere un maggior numero di persone. Detto questo, penso che Mangia la zuppa, amore non sia un libro adatto allo Strega.

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“I diritti imprescrittibili del lettore” by Daniel Pennac

Mi sono sempre sembrati scontati, ma, visto che un’amica mi rompe le scatole siccome non finisco tutti i libri che inizio a leggere, li pubblico.
  1. Il diritto di non leggere
  2. Il diritto di saltare le pagine
  3. Il diritto di non finire il libro
  4. Il diritto di rileggere
  5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
  6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
  7. Il diritto di leggere ovunque
  8. Il diritto di spizzicare
  9. Il diritto di leggere ad alta voce
  10. Il diritto di tacere
Daniel Pennac è autore, oltre che di libri per bambini, di romanzi e di una simpatica “coda” narrativo-teatrale, tutti centrati sulla figura di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio: Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola, Signor Malaussène e Ultime notizie dalla famiglia tutti pubblicati da Feltrinelli. Nel 1999 è uscito inoltre, sempre da Feltrinelli, il suo ultimo romanzo La passione secondo Therese che narra le ultime vicende della famiglia Malaussène.
Da più di vent’anni insegna francese in un liceo parigino e da questo osservatorio ha potuto misurare la progressiva disaffezione alla lettura da parte delle ultime generazioni.
Nel saggio Come un romanzo (da cui sono tratti i dieci diritti del lettore) Pennac affronta dal duplice punto di vista di romanziere e professore, il problema di come si possa stimolare i giovani – e in genere tutti coloro che avvertono l’oggetto libro come un macigno indebitamente e immeritatamente posato sul loro comodino – non tanto alla lettura in sè e per sè quanto al piacere di essa, cercando di riproporre i libri come complici, come amici attraverso i quali si ampliano i propri orizzonti e si costruiscono mondi inediti. Un libro intelligente e spassoso che aiuta a ricordare che il tempo della lettura, così come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita.

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Recensione di "Settanta acrilico trenta lana"



In libreria capita di sfogliare le prime pagine di un romanzo e pensare, di conseguenza: “Sono in grado di leggerlo sino alla fine!” Altre volte succede di accorgersi del talento di un autore e, poche altre, di entrambi i fattori insieme. Quest’ultimo è il caso di Settanta acrilico trenta lana, romanzo d’esordio della ventitreenne Viola Di Grado, autrice che scrive da Londra, dove studia.
Con voce prepotente, ma mai troppo alta, la Di Grado ci porta nella Leeds orrenda, scura e decadente dove vivono Camelia e la madre, Livia. Tra parole non dette, e sguardi esageratamente logorroici, scorre la vita delle due donne: la prima, Camelia, ancora ragazza , costretta ad accudire la madre, pulirla, lavarla e mandarla a dormire; la seconda, Livia, genitore senza vita, muta, come un oggetto scomodo che non sai bene dove appoggiare.
Le due, scosse e distrutte dalla morte del padre-marito e, soprattutto, del fatto che le avesse tradite con un’altra donna, vivono una vita in cui nulla è importante, dove il passare delle ore, dei giorni, delle stagioni e degli anni non viene calcolato: il tempo scorre senza che lo si possa afferrare, contare, interrogare. Niente sogni, niente futuro.
Fino a che, un giorno, Camelia, nonostante gli sguardi severi della madre, riprende a parlare e con le parole, pian piano, si riprende la vita, che poi non è facile lasciarla sfuggire di nuovo. Dopo, grazie a Wen, un ragazzo cinese che possiede un negozio d’abbigliamento dove vende abiti strampalati, la ragazza riprende lo studio della lingua cinese, iniziato e abbandonato durante gli anni dell’università. Torna anche la passione, quella che ti fa arrossire e che ti dà la forza di andare avanti, di trascinare un intero mondo al tuo cospetto, un mondo tutto da scoprire.
Con un linguaggio nuovo, pieno di descrizioni figurative che vanno ad espandere la mente del lettore alimentandone costantemente la fantasia, Viola Di Grado, esordisce pubblicata dalle edizioni e/o, vomitando parole a terra, come fa letteralmente la protagonista del suo romanzo in italiano, inglese e cinese. Presto, se la e/o vorrà farle un regalo, la vedremo pubblicata negli USA, da Europa Editions, casa editrice che vanta gli stessi proprietari di quella nostrana.
Il talento, e lo si può dire con estrema certezza, le verrà riconosciuto anche oltreoceano.

Settanta acrilico trenta lana
Autore: Viola Di Grado
Casa editrice: Edizioni e/o, 2011
Pagine: 192
Prezzo: 16,00 €

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Recensione di "Nessun dolore"

Domenico Di Tullio, autore già noto per aver scritto il saggio Centri sociali di destra – Occupazioni e culture non conformi (Castelvecchi, 2006), questa volta passa al romanzo con Nessun dolore – Una storia di CasaPound (Rizzoli, 2010) , testo che prende sicuramente spunto dalla biografia dell’autore, avvocato difensore di CasaPound.
Coloro che non abitano o non frequentano Roma, ma spesso anche gli stessi abitanti della capitale, potrebbero non aver mai sentito parlare di CasaPound, un palazzone di piazza Vittorio, all’Esquilino, occupato da anni, a due passi dal centro di scambio ferroviario più grosso d’Italia, la stazione Termini. Gli inquilini di questa dimora non sembrano creare problemi a nessuno dato che la specifica posizione del palazzo, al centro della comunità asiatica e, in generale, extracomunitaria che ha il suo punto nevralgico proprio in Piazza Vittorio Emanuele tiene opinabilmente alla larga molti dei romani. Questo almeno è ciò che viene fuori dalle statistiche per il rilevamento e la distribuzione della popolazione della città eterna.
Parallelamente alla storia di Casa Pound nel libro viene narrata quella di Flavio e Giorgio, due ragazzi appena maggiorenni che, almeno in apparenza, non hanno nulla in comune: uno è di famiglia ricca, l’altro no, proprio per niente. I due si incontrano prima fuori scuola, dove Giorgio distribuisce volantini del Blocco Studentesco e Flavio lo guarda dall’alto in basso e con una punta d’invidia. I militanti, indipendentemente dalla bandiera alla quale sono votati, hanno sempre un fascino particolare: sembrano forti e liberi. Sembrano.
In seguito, i due si incontrano allo stadio in occasione di una partita della Roma dove Flavio irrompe con la forza e , costretto a scappare dagli stewart, viene accolto dagli Zetazeroalfa, gruppo di tifosi che, almeno da quanto descritto da Di Tullio, non fanno uso di droghe, né rincorrono la violenza. Di questo collettivo fa parte Giorgio. La forte amicizia che nascerà in breve tempo porterà i due ragazzi, grazie al loro carisma innato, a diventare tra i più grandi militanti del Blocco Studentesco fino al giorno in cui a dividerli arrivano le sbarre, per Giorgio, accusato di aver usato la lama su un ragazzo di sinistra.
 Tra i grandi meriti dell’avvocato Domenico di Tullio vi è quello di aver provato a raccontare una storia di giovani romani ben diversa da quelle narrate a suon di baci e amori da parte di altri scrittori. Tuttavia, lo sguardo verso i giovani di destra, tutti belli, fieri, forti, che non si drogano (alcuni addirittura non fumano sigarette), e ripetutamente vittime dei colpi dei ragazzi che la pensano diversamente da loro – rappresentati invece come deboli, disgregati, codardi, in quanto “attaccano” solo se sono in tanti – risulta forse eccessivamente conciliante . Ecco, se non ci fossero state tutte queste ripetizioni inutili, almeno ai fini della storia da un punto di vista prettamente romanzesco, il libro sarebbe stato maggiormente godibile. Certo è che Nessun dolore è un libro importante e necessario per chi volesse approfondire alcuni aspetti della vita nella capitale e delle dinamiche di gruppi di giovani sicuramente più spesso condannati che interrogati. Le risposte, tuttavia, non sono certo assicurate. Rimane ora da vedere se qualcuno scriverà una replica, e anch’essa, in egual modo, andrà letta con occhio critico e senza pregiudizi di sorta.

Nessun dolore – Una storia di CasaPound
Autore: Domenico Di Tullio
Editore: Rizzoli
Pagine: 225
Prezzo: 16.50 €

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Intervista a Chiara Pradella

Login (Edizioni Il Foglio) è un romanzo che tratta una delle tante possibilità che internet offre alle giovani ragazze, e cioè l’opportunità di vendersi via webcam. Un fenomeno che va crescendo di anno in anno, che porta soldi facili e immediati, e così, al momento di pagare la retta universitaria o la borsa di Gucci, si ricorre a questo metodo.
Nel libro scritto da Chiara Pradella, Germano Pettarin, Enzo D’amico, ci troviamo nei panni di Flavia, una studentessa modello che ha una paghetta basata sui voti, ma che comunque non gli permette le spese folli della nuova migliore amica, Efri. Ma, mano a mano che l’amicizia cresce, le strade si incrociano e il destino si accomuna…
Nel 2010 Login ha ricevuto una menzione speciale della giuria al primo Holden: Spietato ritratto di una giovane generazione in bilico tra sogni, ambizioni, paure, sentimenti e solitudine. Una generazione a cui il mondo di internet pare promettere la soluzione a ogni problema. In rete puoi essere chi vuoi e fare ciò che voi perché al minimo problema basta sloggarsi… Linguaggio semplice, immediato, adatto proprio a un target giovane. Un testo che vuol essere per i giovani un monito a non cadere nelle innumerevoli trappole della rete e per i genitori un invito a essere più presenti nella vita dei loro figli.
Di seguito un’intervista alla ventunenne Chiara Pradella:
Da dove è nata l’idea di Login?
L’idea di Login è nata dal mio coautore Germano Pettarin, ispirato dalle vicende di attualità che già ad inizio anno prosperavano per il prodenonese/trevigiano. Articoli di quotidiani che parlavano di ragazze disposte a spogliarsi per ricevere un po’ di soldi da spendere in ricariche, vestiti firmati… Giovani vogliose di bruciare un po’ di tappe per diventare grandi, per sentirsi importanti. Tutto questo materiale raccolto, insieme alla vita quotidiana passata nelle classi (Germano è un professore alle superiori che io ho frequentato) ci ha spinto a mettere nero su bianco quanto stava accadendo, per far capire i giovani come sia pericoloso anche un semplice “gioco” via web… Come una semplice “ragazzata” possa addirittura costare la vita.
Il target del vostro romanzo è quello giovanile, è una cosa che avevate previsto durante la stesura del testo?
Sì, abbiamo scelto di scrivere un romanzo breve e spigliato per venire incontro ai ragazzi, che a volte non si dimostrano molto amanti della lettura. Ma anche di ambientarlo proprio nel loro mondo, fatto di camere da letto colorate, da chiudere a chiave all’arrivo dei genitori, di bar e pub, di negozi del centro e istituti scolastici. Tuttavia, il nostro intento è anche quello di consigliare il testo ai genitori e agli adulti, perchè possano capire mglio le dinamiche del mondo giovanile e i loro rischi.
Come si fa a scrivere un libro in tre e che rapporto hai con gli altri due autori?
Si può se c’è una grande amicizia e un grande rispetto reciproco! In questo caso la collaborazione diventa splendida, e ogni giornata di incontro per la stesura del romanzo diventa una scusa per andare a farsi due chiacchiere al bar e ridere insieme! Il grosso del lavoro l’abbiamo fatto io e Germano: lui ha steso l’idea del racconto e io l’ho aiutato ad assemblarlo, approfondendone le descrizioni, mentre l’amico Enzo ha avuto il ruolo di giudice e supervisore, nonchè consigliere ufficiale e “filtro” delle nostre idee!
Avete avuto una menzione speciale al Premio Letterario Giovane Holden, raccontaci come è andata.
Ahia, mi prendi impreparata! Sinceramente non conosco bene questo premio, perchè vivendo in una piccola cittadina di provincia non arrivano molto le notizie del “grande mondo esterno”… ti posso dire che noi abbiamo provato a mandare il nostro manoscritto e il risultato di una menzione speciale ci ha fatto sicuramente molto piacere. Ci hanno detto che il Premio Letterario Giovane Holden è molto importante, per cui non possiamo far altro che essere soddisfatti del nostro risultato e ringraziare la giuria.
Che rapporto hai con la scrittura?
Adoro scrivere! Scrivere è come sognare, per me. Come respirare, forse. Sono una che non sta mai zitta, mai ferma… Amo sempre buttare giù i miei pensieri, le mie emozioni. Cosa scrivo? Di tutto! Dalla lista della spesa a romanzi di pagine e pagine, anche se ultimamente mi sto dedicando ai testi delle canzoni. Da brava artista non ho un momento speciale della giornata in cui scrivere… Però quando arriva l’ispirazione lascio tutto e mi rifugio in un qualsiasi angolo con un foglio di carta e una penna. Il computer viene dopo.
Progetti futuri?
Tanti, tanti sogni! Sicuramente con Germano ed Enzo l’idea è quella di pensare ad un seguito per Login, ma mi piacerebbe anche rimettermi sulla scena semplicemente come Chiara P., per mettermi di nuovo alla prova. Il primo libro, infatti, l’ho pubblicato a 15 anni, si chiama Non pettino più le bambole della casa editrice Biblioteca dell’Immagine. E poi, chissà? Un programma televisivo dove portare il nostro Login non mi dispiacerebbe! Un bel dibattito alla Maurizio Costanzo… Non si sa mai. Stelle in cielo ce ne sono tante… Magari qualche desiderio si realizzerà (Sorride).

Login
Autori: Chiara Pradella, Germano Pettarin, Enzo D’amico
Casa Editrice: Il Foglio, 2010
Pagine: 110
Prezzo: 12 €


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Recensione di "Repetita"

Per quanto possa essere affascinante entrare nella mente di un serial killer, non è un viaggio tentato da tutti, soprattutto al proprio romanzo d’esordio. Marilù Oliva ci sbatte in faccia la realtà: ci sono criminali ben consapevoli di quello che fanno, e che sanno eseguire bene il proprio mestiere. Prendiamo Lorenzo Ceré, il protagonista di Repetita, neo serial killer con le spalle macchiate da un’infanzia tormentata passata con una madre assente e un patrigno irrequieto: in sostanza, la peggior persona che vi possa capitare dentro casa. Psicopatico e consapevole di esserlo, Lorenzo cercherà di trovare una soluzione con l’aiuto dell’ “eccitante” dottoressa Malaspina, una psichiatra alla prese con un paziente che non ne vuole sapere di parlare di sé, un paziente che le fa urlare: «Me lo dici, allora, come cazzo ti posso aiutare se non ti sbottoni? Non so chi sei, chi frequenti, non mi hai detto niente del tuo passato, della tua famiglia… hai una donna, degli amici?».
Tuttavia, smettere di uccidere non è semplice, soprattutto se si sa chi colpire e so lo si fa a causa di motivazioni inamovibili come radici d’una quercia e che resistono alle intemperie e ai sentimenti…
Marilù Oliva ci dona un romanzo semplice ma ben costruito: ogni delitto ha un collegamento storico – la storia si ripete, sempre – e il killer è descritto come una persona colta, creativa (non uccide semplicemente, tortura prima di tutto) ma non facilmente condannabile. Le pagine scorrono veloci in un trascinarsi d’eventi e pensieri che portano il lettore all’immedesimazione: può capitare così di immaginarsi, tra una pagina e l’altra, come piccoli Lorenzo Cerè, in giro per i locali della nostra città alla ricerca di un po’ di sano sesso senza troppe chiacchiere o in altre situazioni certo ben meno innocue.
Il romanzo ha ricevuto recensioni positive su tutti i principali quotidiani e Fernando Pellerano, giornalista de Il Corriere della Sera ha scritto: “Romanzo crudele e acido che alterna sofferenze, complicate pulsioni sentimentali ed efferati delitti, sempre visti con l’occhio e la mente dell’omicida”, frase che descrive esattamente tutto quello che potrete trovare leggendolo. Inoltre, Repetita ha quasi fatto vincere il premio Camaiore – sezione opera prima – alla sua autrice arrivata seconda a soli 8 punti dal vincitore (Marco Vichi con Morte a Firenze).
Per chi fosse interessato ad incontrare l’autrice, il 9 ottobre 2010 Marilù Oliva sarà a Roma presso la Libreria Rinascita Ostiense (via Prospero Alpino, 48) e presenterà il suo nuovo libro, ¡Tú la pagarás! (Elliot Ed. 2010).

Edit – Venerdì primo ottobre 2010 Marilù Oliva e il suo Repetita sono stati proclamati dalla giuria del premio Azzeccagarbugli 2010, “Miglior opera prima” nella sezione “Raffaele Crovi”.

Repetita
Autore: Marilù Oliva
Editore: Gruppo Perdisa, 2009
Pagine: 172
Prezzo: 14 €

Marilù Oliva ha poi pubblicato con successo due romanzi con Elliot edizioni, li potete comprare qui.

Intervista a Maria Rosaria Ferrara

Osservando il libro con gli occhi della protagonista, Giulia, il romanzo inizia subito con una scossa, una di quelle forti, che ti porta a scoprire l’omosessualità della persona che amavi e il tradimento, mai in via occasionale, avvenuto con un uomo. A quel punto i tuoi sogni, le tue aspirazioni, perdono punti nella classifica che hai in testa e inizi a guardare la vita solo dal punto di vista sentimentale, e la confusione ti avvolge come se non ti volesse più lasciare.
Così inizia Chrysalis, l’esordio letterario di Maria Rosaria Ferrara, e così continua vorticando tra emozioni incerte e sentimenti ambigui. Le pagine, scritte in prima persona, scorrono veloci senza affaticare la lettura. I personaggi sono ben delineati, e forse, e ripeto forse, è questo che ti porta a intuire i colpi di scena qualche pagina prima che arrivino. Detto ciò, voglio assicurarvi che la valutazione dello scritto non è risultata negativa, anzi, tutt’altro: lo scorrere del romanzo è orientato in maniera tale da farci sentire le emozioni provate dalla protagonista, che mano a mano diventano più tangibili soprattutto perché si sviluppa una forma di affezione nei suoi confronti, come se volessimo proteggerla dal dolore che prova e aiutarla nei momenti di difficoltà o sorridere assieme a lei quando avvengono delle svolte positive nella sua vita.
Maria Rosaria Ferrara, presentati: chi sei? Quali aspirazioni hai?
Che domandona!!! Bene, ciao a tutti e soprattutto a te Michele. Mi chiamo Maria Rosaria ma preferisco che mi si chiami semplicemente Rosaria. Sono una scrittrice esordiente e malata per la lettura e i libri. Infatti quando non scrivo leggo e se posso lavoro come editor. Sono una inguaribile sognatrice e posso affrontare questo mio “malessere” solo dando vita a racconti e romanzi
Come è nato “Chrysalis”?
Chrysalis è nato un po’ per caso dall’idea di Roxanne, la drag queen protagonista con Giulia di molte vicende del libro. Volevo, almeno con l’immaginazione, immedesimarmi e vivere situazioni che fino ad allora non avevo vissuto (quelle intriganti intendo, poi la storia ha iniziato a prendere il sopravvento e ad affrontare diverse tematiche anche abbastanza dure in alcuni casi).
C’è una qualche componente autobiografica all’interno del romanzo?
No, nel libro c’è tutta fantasia, nessun riferimento autobiografico anche se ho molti amici omosessuali.
Come hai cercato l’editore e come ti sei sentita quando ti hanno risposto positivamente?
L’incontro con la Edizioni Eiffel è avvenuto nel momento in cui avevo messo da parte il manoscritto, almeno per un po’, per concentrarmi sulla ricerca di lavoro. Avevo sottoposto il mio curriculum a questo editore, il quale aveva notato che avevo segnalato la mia partecipazione a diversi concorsi letterari. Così mi ha chiesto di fargli leggere alcuni miei manoscritti e ha creduto immediatamente in Chrysalis proponendomi la pubblicazione. Capirai, ha realizzato un sogno che avevo da una vita!
Dal titolo, al disegno in copertina, al romanzo, c’è il richiamo alle farfalle, cosa ti rappresentano?
Beh, quando ho pensato ai quadri di Giulia e a quello che volevo fosse il suo capolavoro, ho avuto subito in mente l’immagine di una farfalla che rappresenta proprio una metafora: la crisalide è una fase della vita in cui tutti possono riconoscersi, il momento in cui ognuno di noi raccoglie le forze per lottare e realizzare i propri sogni!
Scrivi in un luogo abituale? Ascolti delle canzoni?
La musica mi fa sempre molta compagnia. Oltre alla scrittura è un’altra mia grande passione (non a caso suonicchio da autodidatta la batteria) e mi ispira molto attraverso i suoi suoni. Non a caso i titoli dei capitoli di Chrysalis fanno riferimento a canzoni o versi di canzoni che mi hanno fatto compagnia mentre lo scrivevo. Diciamo che scrivo un po’ dove capita, l’importante è l’ispirazione: quando arriva non posso ignorarla e devo prendere carta e penna per assecondarla. Ultimamente mi piace scrivere seduta sul letto al mattino, oppure al pc in cortile…
C’è qualche autore al quale desideri accostarti come stile di scrittura? Chi sono i tuoi preferiti e quali libri leggi?
Adoro lo stile degli scrittori giapponesi come Murakami e Yoshimoto, la loro delicatezza, la profondità con cui affrontano tematiche anche difficili. Ma mi piacciono anche Italo Calvino, Stefano Benni, Daniel Pennac, Katherine Pancol o Stephen King… Diciamo che scelgo i libri da leggere in base allo stato d’animo e alla curiosità che mi suscita la trama del libro. Tra l’altro in questo periodo leggo anche molti libri di colleghi esordienti e molti di loro sono davvero scrittori interessanti.
Progetti futuri?
Ho dedicato l’estate alla seconda stesura del mio secondo romanzo. Devo lavorarci ancora un po’ su ma spero di pubblicarlo entro l’inizio del prossimo anno. Intanto continuo a scrivere altri romanzi e racconti e a promuovere Chrysalis. A questo riguardo, si prospetta un autunno folto di eventi: sono previste presentazioni un po’ in tutta Italia e chi volesse tenersi informato può visitare il gruppo “Chrysalis, il libro” su face book oppure il mio profilo sempre su questo social network. Ho inoltre anche un profilo MySpace e il mio sito internet è www.mariarosariaferrara.com
Per concludere, consiglia questo libro usando una sola frase.
Ognuno di noi, quando realizza i propri sogni o lotta per realizzarli, è una crisalide che attende di volare: Chrysalis è un romanzo che con delicatezza e intensità tocca le corde del cuore proprio mentre state per spiccare il volo.

Chrysalis
Autore: Maria Rosaria Ferrara
Editore: Eiffel
Pagine: 224
Prezzo: 12 €

Recensione "Lady Gaga – La vita, le canzoni, e i sogni di una bad girl"

Entrare in libreria e scoprire sugli scaffali una biografia su Lady Gaga fa un certo effetto, specialmente se si pensa all’età di questa ragazza, e cioè ventiquattro anni! Cosa avrà mai fatto di così speciale una cantante in attività dall’estate 2008? Tutto, praticamente ha realizzato i sogni di tutte le bambine che si avvicinano alla musica e lo ha fatto con un solo album, The Fame, poi remixato in The Fame Monster dove si trovano anche otto nuovi brani tra cui Bad Romance e Telephone che tra il 2009 e il 2010 sono saliti entrambi alla prima posizione in classifica in quasi ogni paese.
Michele Monina, con Lady Gaga – La vita, le canzoni e i sogni di una bad girl, si propone di analizzare questo successo mondiale che sta portando la giovanissima italoamericana nell’olimpo della musica pop – olimpo nel quale, a quanto pare, si viene accettati dopo aver ricevuto un bacio da Madonna, bacio già donato a Britney Spears, al quale non ha portato molta fortuna, e a Christina Aguilera, che continua a riscuotere successo, ma non in termini da oltre 15 milioni di copie a disco come Stefani Joanne Angelina Germanotta, il vero nome di Lady Gaga.
Purtroppo però, l’analisi di Monina, già noto per aver realizzato le biografie di altri contanti, risulta a tratti banale e in altri un po’ troppo meticolosa. Nel libro si parla del modo di vestirsi della cantante, della sua abilità nel realizzare testi di successo per vari gruppi, testi grazie a i quali era già nota nel panorama musicale, e si studiano al secondo, e intendo proprio attimo dopo attimo, i suoi video musicali pieni di controversie e citazioni. Il problema è che queste informazioni, un vero fan di Gaga, le trova su youtube e siti vari, perciò, a meno che apparteniate a quella categoria, alcune chicche potrebbero anche piacervi, come, ad esempio:”I Germanotta decideranno di mandare la propria figliola a fare le scuole secondarie presso un istituto religioso, la Convento Sacre Heart, intenzionati a dare a Stefani un’educazione rigidamente cattolica. Il fatto che nella stessa scuola, negli stessi anni, si aggirino anche le sorelle Hilton, Nicky e Paris, potrebbe lasciar sorgere alcuni dubbi riguardo la rigidità del collegio.”
Titolo: Lady Gaga. La vita, le canzoni e i sogni di una bad girl
Autore: Monina Michele
Prezzo: € 11,90
Dati: 2010, 192 p., ill.
Editore: Castelvecchi (collana Ultra)

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Recensione "Vita sessuale di un fervente musulmano a Parigi"

Quanti di voi sanno che nell’Islam c’è un colore principale, il verde? E che un ragazzo farebbe meglio a non sposarsi se il fratello maggiore non ha ancora convolato a nozze?
Certo, non tutti i musulmani sono così rigidi, però è bello apprendere le tradizioni di altri popoli attraverso un romanzo. Niente libri di scuola, ma solo una lettura piacevole, cosa si vuole di più?
Leïla Marouane, la scrittrice algerina residente in Francia più tradotta da sempre, firma un nuovo romanzo e questa volta ci introduce nella Vita sessuale di un fervente musulmano a Parigi, andando ad analizzare ogni aspetto dei giovani e ricchi musulmani che vivono nella capitale francese a cavallo tra due culture, alla continua ricerca di un’ emancipazione dalla famiglia che sembra non arrivare mai del tutto.
Il protagonista di quest’opera, chiamato alla nascita Mohamed Ben Mokhtar, di origine algerina, che all’ottenimento della cittadinanza francese cambiò il suo nome in Basile Tocquard all’insaputa della famiglia, è un dirigente di banca appena trasferito nella sede di Parigi, in pieno centro. Quest’uomo, vergine, con una madre-padrona tenuta a distanza in periferia, con un fratello che attende che lui si sposi prima di potersi ammogliare a sua volta, con una sorella costretta a Blida per essersi accasata con l’uomo suggeritole dalla madre, decide che è ora di darsi da fare in una certa direzione: “Donne come se piovesse, servizio rapido e garantito. Apologete delle storie senza futuro e senza ritorno. Niente impegno per la vita. Niente procreazione.”
Così Mohamed inizia a vivere. Si veste bene (ha i soldi per farlo!), si trasferisce in uno dei quartieri più chic di Parigi, Saint-German-des-Prés, e frequenta locali del centro in cerca di una donzella bianca, facile e francese, ma incappa sempre in algerine, donne complicate, con storie affatto allegre alle spalle.
La madre è dietro l’angolo, gli telefona ogni domenica e lo invita a pranzo. Lui in risposta bofonchia qualcosa alla cornetta, azzarda un , beve un po’ di whisky e si rimette a dormire.
La vita sembra facile, le donne sembrano esserci, il problema è il “sembra”.
La Marouane descrive con mano sicura e con un alto tasso d’ironia una storia di migranti, di un’integrazione fallita, uno scontro tra popoli e religioni. Storie di cui noi italiani sentiamo parlare spesso, ma che vediamo sempre dall’esterno, con occhi freddi o pietosi che mai riescono a immaginare totalmente le difficoltà che hanno portato queste persone a compiere il salto verso la terra della speranza, l’Europa. Inoltre, in questo romanzo, ci viene proposto un personaggio di successo, uno di quelli che ce l’ha fatta (almeno dal punto di vista economico); tuttavia ci accorgiamo, con desolazione, che certi scogli culturali sono ancora complicati da superare.
Leïla Marouane, giornalista scappata dall’Algeria in seguito a un’aggressione dovuta alla sua attività giornalistica di denuncia, per niente apprezzata dagli alti ceti islamici in quanto cerca in continuazione di restituire dignità alle donne musulmane, ha scritto un libro che è stato apprezzato anche in Marocco e nei paesi limitrofi, ma censurato nella sua terra natìa, dove però, come ha fatto sapere in un’intervista per D-La Repubblica, lo si può trovare di nascosto in alcune librerie.
Informazioni
Vita sessuale di un fervente musulmano a Parigi, Leïla Marouane
Traduzione di Gaia Panfili
pp. 224, brossura, € 17,00

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Recensione di "Lulù Delacroix"

Un po’ Peter Pan, un po’ Alice, un po’ Pinocchio, e come mai  mi viene da pensare a queste grandi fiabe leggendo Lulù Delacroix? Poiché anche questa lo è! Finalmente, anche in questo secolo, si è riusciti a trovare un romanzo da ricollegare ai grandi classici. Grazie Isabella Santacroce.
Dopo questa premessa sarà difficile mantenere alti i toni di questa recensione, ma ci proverò. Ebbene, partiamo da Lulù Delacroix, la protagonista di questo romanzo, nata a Perfect City, “una città davvero perfetta, non scorgevi neppure un piccolissimo pezzetto di carte per terra, non udivi alcun rumore molesto: pareva non ci vivesse nessuno, quasi fosse stata costruita per essere osservata a distanza… Il rigore mai era mancante, si ritrovava dovunque, anche nelle piante tutte rigorosamente di pesco, e alte esattamente tre metri e venti centimetri… Le donne non potevano tagliare i capelli più corti di diciassette centimetri… Solo ai bambini era permesso piangere, ridere o essere un po’ dispettosi…”, insomma, un posto dotato di regole ferree dove tutti dovevano essere felici e dove tutti tranne Lulù erano belli, specialmente le due sorelle maggiori, Ada e Dolores, stupende – capelli biondi con occhi verdi, come gli altri Perfectcityani – e, ovviamente, perfette. Lulù, invece, è nata calva, dalla pelle bianca di un pallore che neanche il colore del latte gli renderebbe giustizia; subito da tutti considerata un piccolo mostro, il sindaco di Perfect City nega alla famiglia Delacroix il permesso di farla uscire di casa, cosa che i genitori e le sorelle accettano ben volentieri: per loro è una vergogna e una punizione portarla in giro le poche volte che devono farlo.
Così Lulù cresce nella sua stanza, se stessa e le sue bambole, più una bambola malconcia, senza un braccio e un occhio – alla quale cuce un vestitino: era veramente ridotta male –, che trova per terra, sotto la bancarella di un mercato, quando, a cinque anni, le viene concesso di partecipare alla festa delle bambole in cui era obbligatoria la presenza di tutti i bambini. Dall’incontro Lulù riceverà speranza e sarà fondamentale per l’ampliamento del mondo immaginario che aveva già creato. Partiranno insieme, infatti, verso il Mondo del Mistero – cosmo nel quale la protagonista incontrerà la bambina di V.M. 18 (Fazi, 2007), perché questo romanzo fa parte di una trilogia; Lulù Delacroix è il paradiso, il precedente era l’inferno, il prossimo, mille pagine già annunciate, sarà il purgatorio. Comunque, non c’è bisogno di leggere il precedente o il successivo, ogni libro è una storia a sé.
Una caratteristica molto particolare di questa favola è che Lulù, vivendo in un mondo tutto suo, sviluppa anche un linguaggio proprio e personale. Ecco un breve esempio: “Ma dove abitassi te fosse vicino a quella nuvola dove andassi io?”. Non temete, questo è solo il modo d’espressione della protagonista, il resto del libro non è scritto in questa maniera, e si fa leggere senza intoppi linguistici. Quattrocentosettantasei pagine che macinerete in fretta tanta è la voglia di accompagnare Lulù in questo viaggio.
La Santacroce – che si rende anche partecipe in questo romanzo con tre piccole incursioni mostrandoci il suo quotidiano – ha scritto un libro che potrebbe far cambiare idea anche ai suoi più ferventi oppositori. Lei è una di quelle scrittrici che o la si ama o la si odia, ma molti dei pregiudizi della gente derivano dalla faccia che mostra al pubblico, dalle risposte che dà a chi la interroga… Sveglia, queste cose non contano, un giudizio lo si può dare solo sulla carta stampata.
Lulù Delacroix
AUTORE: Isabella Santacroce
EDITORE: RIZZOLI
COLLANA: 24/7
PAGINE: 476
PREZZO: Euro 18,00
ANNO DI PRIMA EDIZIONE: 2010

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Compra i libri di Isabella Santacroce qui. Trovere anche il nuovo libro della Santacroce, Amorino, in uscita per Bompiani il 1° marzo 2012.

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