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domenica 8 giugno 2014

Conversando con Emanuela Valentini, l'autrice di Red Psychedelia

Emanuela Valentini, perlomeno qui sul web, non necessita di presentazioni: i suoi libri sono stati scaricati oltre 200.000 volte, etc, etc. Ma il bello deve ancora arrivare, perché con il talento che si ritrova ogni cima è raggiungibile.

- Come è nata l'idea di Red Psychedelia?
- Red nasce dalla volontà di scrivere un urban fantasy spaziale per una raccolta. Poi, come appare evidente, non solo è uscito il mio animo punk, ma ho pure sforato di brutto con le battute e così...
- Sfori spesso con le battute... intendo col numero di battute. L'associazione a Cappuccetto Rosso è stata immediata o è avvenuta dopo?
- Immediata. L'idea iniziale era proprio quella di riscrivere la favola orientandola in altre dimensioni.
- I personaggi, in testa ti sono arrivati a cascata, tutti insieme, o ci hai un attimo ragionato?
- Halley è stata folgorante perché la conosco di persona.  Per il nome - volevo un nome che fosse unico - mi ha dato una mano Leonardo (Patrignani, ndr) cedendomi quello di uno dei suoi personaggi ancora da utilizzare. Il resto è andato da sé. Il cacciatore, il lupo... non è stato difficile ma certo divertentissimo.
- Dopo aver letto La sindrome di Cappuccetto Rosso mi è venuto un dubbio...

Parte censurata causa SPOILER ENORME

- Più o meno, quanti anni ha il Lupo?
- 20. Halley ne ha 17.
- È che mi pareva un po' giovane come infiltrato.
- Lui l'ha salvata per finta da una precedente aggressione del.cacciatore. per conquistare la fiducia di Halley hanno mandato uno giovane.
- Comunque hai lasciato infinite possibilità, dopo La sindrome la storia è apertissima.
- Sì. La storia è apertissima sempre. Anche dopo. Andando avanti scoprirai che però c'è una trama di fondo.
- C'è già una trama - Le faccio la linguaccia per prenderla in giro.
- Una più larga. Una che riguarda i personaggi.
- La fantasia iniziale, quella delle prime pagine, l'hai ripresa da un film o sei golosa di tuo? Pensavo alla Fabbrica di cioccolato che ho sia letto che visto, e ci ho pensato spesso mentre leggevo le prime pagine
- Non l'ho ripresa da un film e non sono golosa. Mi sono semplicemente calata nel trip di un goloso che assume una droga capace di regalargli l'illusione del suo più grande sogno. Da li nasce la città dolce.
Un pò Hansel e Gretel, se vogliamo.
- Eh?!
- La casa è di marzapane
- Ah, la strega nel bosco
- Esatto. La casa della strega è di marzapane e pan di spagna. Ma è una trappola...
- Come tutte le cose troppo attraenti.

Parte censurata per LA SALUTE MENTALE DEI LETTORI

- Comunque, che diavolo te volevo di'?
- Eh, a sapello.
- Che ne pensi dei romanzi a puntate? È un po' come tornare indietro nel tempo. O il tuo non lo vedi come un romanzo a puntate?
- Certo che lo vedo come un romanzo a puntate, e lo adoro. Mi fa pensare al feuilleton ottocentesco. Alla fine saranno oltre 500.000 battute.
Sorrido
- Mi piace pensare che chi ama quello che scrivo ne abbia per un bel po'. Cinque puntate bisettimanali è un bel modo di stare insieme. E siccome sono anche appassionata di fumetti apprezzo la cosa.
- Che fumetti leggi?
- Dylan Dog da sempre. Topolino. Witch. Manga.

Parte censurata... CON MANU FINISCE SEMPRE COSÌ

- ... e con la Delos?
- Per ora l'accordo riguarda le cinque puntate di Red. Poi si vedrà. Forse una seconda stagione, o magari...
- Magari il cartaceo della prima! Tu l'hai letto o visto Cappuccetto Rosso sangue? Sono contento che nella tua versione la storia cambia totalmente ed è presa solo da spunto, invece di trasformare giusto il lupo in un lupo mannaro.
- L'ho visto. Copiare non ha senso. Io scrivo per inventare.
- Vabbè, ora possiamo tornare a parlare di...

Parte censurata

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martedì 16 aprile 2013

Recensione di "Lullaby" e intervista all'autrice, Barbara Baraldi

Giada, Marcello e un po’ anche Luana, sono i protagonisti dell’ultimo romanzo di Barbara Baraldi, “Lullaby – La ninna  della morte”, edito da Castelvecchi.
Giada, la Bambina Nera, è quel tipo che da bambina si apprezza tanto e poi, ma con la quale, man mano che cresce, non si vuole più avere niente a che fare.
Marcello non è solo il classico scrittore fallito senza futuro, ma è il re di questa razza, visto che è costretto a mantenersi con la pensione della madre.
Luana è la perfezione, la Principessa dell’Est, bionda, splendente, senza apparenti problemi. Dopo tutto queste persone vivono in un mondo ovattato dove niente le scalfisce.
Si potrebbe attribuire la colpa per quello che succede in questo romanzo all’insegnante di Giada e Luana, che le unisce nello stesso banco, ma sarebbe troppo semplice e poi non è davvero così.
Potremmo attribuire la colpa a Marcello, disperato, che si è no inchioda due parole su word dopo aver fissato per ore lo schermo e dopo aver dato le medicine a “mammà”, ma lui no, lui è solo un punto fermo al quale aggrapparsi, qualcosa di semplice e sensato in una tempesta che colpisce un piccolo luogo di periferia.
Sta di fatto che questa recensione non vi svelerà nulla, perché con un ottimo alternarsi di linguaggio in prima e in terza persona, e un susseguirsi di capitoli brevi e interessanti nel cui titolo è presente il nome del personaggio che reciterà in quei paragrafi, la Baraldi dimostra di saper tenere incollato il lettore alle proprie pagine, quindi dovrete leggerlo.
Pure se vi trovaste nell’intenzione di dover posare questo libro per qualche motivo di «ordine superiore», sfogliando le pagine successive noterete che il prossimo capitolo è lungo quanto la lista della spesa del cenone di Natale e, imbarazzati per la vostra volubilità, continuerete a leggere pensando “Ok, ancora un po’ e mi fermo”, ma poco più avanti lo stesso pensiero vi balenerà nuovamente in testa.
A seguire, una breve intervista a Barbara Baraldi:

- Quando scrivi un libro da cosa parti e come inventi la storia? Nel caso di “Lullaby”, oltre alla canzone dei The Cure, da cosa hai tratto ispirazione?
BB: Proprio la canzone dei Cure è stata la principale fonte d’ispirazione del romanzo. Immaginavo due ragazze che ballavano un tango al ritmo della canzone. Dalla penombra della stanza, è emerso un mondo intero di atmosfere soffocanti, aspirazioni e desideri inconfessabili che descrivevano perfettamente la realtà che avevo intorno: le ipocrisie della società, la violenza della cronaca che entra nelle case come un ariete attraverso la televisione. E così mi sono trovata al bar con Marcello e Fede, nel mezzo di una accesa discussione. Un anonimo bar di paese, dietro la cui apparente normalità tutto può succedere.

giovedì 8 novembre 2012

La splendida penna di Lorenza Ghinelli racconta il mestiere di scrivere

Il suono delle parole scritte da Lorenza Ghinelli vibra piacevole e riconoscibilissimo in ogni suo libro; una melodia avvolgente, ipnotica, in grado di inserire colori vivi e forti tra le lettere stampate nero su bianco. Potrebbe persino accadere di dimenticarsi della storia in sé perché folgorati da questo quadro che prende forza sotto i nostri occhi. Per entrare in questo stato d’animo non c’è nemmeno bisogno di iniziare a leggere il primo capitolo del suo ultimo romanzo, La Colpa, basta soffermarsi sulla dedica: “A Bri, che sovvertì un’estate violenta a colpi di colore”, una frase forte, quasi fosse un pre-prologo, un amo pronto a catturare l’ignaro lettore che dovesse casualmente trovarsi tra le mani questo romanzo in libreria.
La Colpa è uno di quei romanzi che una volta letti vorresti andare a stringere la mano all’autrice, curiosare un po’ nella sua vita, conoscerla, ed è per questo che sono sorte spontanee alcune domande:
Di solito scrivi di getto o lavori a una storia per diversi mesi?
La stesura di un libro è molto simile, per me, a una gestazione. La storia mi abita per anni, anni in cui non tocco la pagina bianca, poi, quando decido di affrontarla, in genere sono un fiume in piena. Ad ogni modo prima aspetto che la storia si formi dentro me. La stesura mi richiede comunque diversi mesi.
Nel caso specifico de La Colpa, come si fa a scrivere e quindi mandare avanti un romanzo senza lasciarsi travolgere dalle emozioni? Ad esempio in molti cambiano canale quando al telegiornale sentono parlare di abusi sui bambini…
Non lasciarsi travolgere dalle emozioni è impossibile, ma è necessario imparare a gestirle, altrimenti la narrazione rimane autoreferenziale, e questo sarebbe letale. Per trasmettere quello che desidero devo prima di tutto conoscerlo, e conoscere davvero qualcosa significa avere in gran parte superato quella soglia capace di ricatapultarti in un dolore sordo. Il mio romanzo parla anche di abusi, ma soprattutto indaga strade possibili per frantumare le catene di violenza con cui alcuni dei miei personaggi sono stati allattati.
La Colpa (se mi ricordo bene) l’hai scritto tra la pubblicazione de Il divoratore per Il Foglio e la ripubblicazione per Newton Compton. Hai qualche ricordo particolare di quel periodo? Come sei arrivata a questa storia?
Quando pubblicai Il Divoratore per la Newton, La Colpa era già conclusa. La terminai quando vivevo ancora a Rimini e lavoravo come educatrice sociale. Era una storia che mi abitava da tempo, i romanzi sono una cosa privata, anzi, privatissima, le storie che portano a galla vengono per stanare le nostre parti più oscure, quelle che nel quotidiano troppo spesso siamo costretti a soffocare, o quanto meno a sedare. La narrativa è per me uno spazio immenso di libertà e riflessione, una disciplina per educare il pensiero, l’unica che accetto. Quindi, a differenza di qualsiasi altro campo in cui sperimento la scrittura, le storie dei miei romanzi mi vengono a cercare. A quel punto ho solo due strade. O fuggo, o mi calo nel fondo di me stessa.
 Il divoratore era stato venduto in sette nazioni prima ancora che Newton Compton inondasse le librerie nostrane, per La Colpa invece la vendita dei diritti all’estero come sta andando? Essere arrivata in finale allo Strega aiuta in questo senso?
Prima di vendere La Colpa all’estero bisognerà vedere come procedono le vendite de Il divoratore nei vari paesi che lo hanno acquistato. È ancora presto, staremo a vedere.
 Qualche anticipazione riguardo il prossimo romanzo?
Ti dico solo che lo sto scrivendo con un entusiasmo folle, tutte le volte che lavoro a un romanzo penso di metterci tutta me stessa, con questo sto scoprendo invece quanto di me io abbia lasciato fuori negli altri. Lo sento veramente come il mio romanzo più completo. È spero che il prossimo a cui lavorerò metta in crisi quanto ho appena affermato.
Sui giornali si parla quasi esclusivamente di Ghinelli scrittrice di romanzi, e proprio per questo motivo vorrei darti occasione di fare il punto su Ghinelli scrittrice di sceneggiature. Ti andrebbe di dire qualcosa?
Mi sono formata come sceneggiatrice, ti parlo proprio del mio percorso di studi, ma per quanto sappia scrivere sceneggiature, e la cosa mi diverta, la narrativa resta l’unica disciplina che veramente amo in modo totalizzante. Mi permette tempi e profondità impensabili altrove. Un’altra cosa che adoro fare è condurre corsi di scrittura, lo scambio che si crea, le visioni del mondo che si mescolano e si confrontano sono sempre speciali. E torno a casa con un entusiasmo rinnovato. In un certo senso riesco a conciliare la mia formazione come educatrice sociale con quella di narratrice.
 Dopo il successo della serie Il tredicesimo apostolo, ora stai collaborando anche alla seconda stagione?
Per la seconda stagione ho avuto il piacere di firmare una puntata assieme al mio amico e collega Filippo Kalomenidis, quest’inverno la potrete gustare.
Hai visto su Youtube la parodia degli sceneggiatori di Lost? State veramente seduti intorno a un tavolo a tirar fuori idee pazze e visionarie, o è solo un’idea che si fa lo spettatore? Com’è la giornata tipo dello sceneggiatore?
Quando lavoravo in Taodue con Editor interna e sceneggiatrice a tempo strapieno, era facile che si creassero atmosfere simili a Boris, ma ciò non era dovuto mai alla mancanza di professionalità del team, quanto piuttosto al dovere rispettare per contratto orari rigidi e fissi. In ogni mestiere si dovrebbe avere l’opportunità di produrre al massimo quando le idee ci sono, il restante tempo, soprattutto nei mestieri creativi, andrebbe dedicato allo studio e alla ricerca, da svolgersi rigorosamente in privato. Altrimenti il rischio è produrre storie tutte uguali. L’artista beve dal mondo, non può vivere murato in una casa di produzione.
Prima per fare questo lavoro eri di stanza a Roma, ora sei tornata a casa. Si riesce a lavorare bene anche a distanza?
Quest’anno, in seguito alla mia candidatura allo Strega e alle presentazioni quasi quotidiane del mio romanzo, ho dovuto compiere una scelta, e la mia scelta è stata quella di dedicarmi a tempo pieno alle mie idee. Proprio per questo non lavoro più come editor interna, non sono in grado di garantire una presenza quotidiana. Lavoro quindi come freelance, e la cosa, credimi, mi esalta. Con tutti i rischi che comporta, come l’assenza di uno stipendio fisso, per esempio. La vita che voglio fare mi impone diversi piccoli lavori, racconti su commissione per esempio, sceneggiature, articoli, lezioni. E un tempo infinito per raccontare le mie storie, studiare, imparare. Sono sempre stata un po’ selvatica, Roma in questo senso non potrà mai essere casa mia. Vivo a due passi dalla valle del marecchia, ho bisogno del mio wild selvatico quotidiano. Quindi, per rispondere alla tua domanda, non riesco a lavorare bene a distanza, e siccome lavorare, per me, significa scrivere, ho sentito la necessità di tornare a casa. Qui, distante da Roma, lavoro benissimo.
Si sa qualcosa dell’adattamento cinematografico de Il divoratore? Inoltre mi chiedevo: hai mai provato a scrivere una sceneggiatura per un film originale completamente frutto della tua penna?
A questa domanda risponderò tra due o tre mesi, ci sono cose che bollono in pentola…

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Di recente ho parlato anche de Il cantico dei suicidi, un racconto di Lorenza pubblicato da Newton Compton. Per leggere il post, clicca qui.

Intervista da me originariamente scritta per il settimanale Fuori Le Mura.


venerdì 24 febbraio 2012

Intervista a Eva Clesis


Eva Clesis, dopo l’ironico 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello, torna alla stesura di un romanzo e lo fa con E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco, edito da Newton Compton. Romanzo che originariamente doveva chiamarsi Sulla cattiva strada, ma chiare scelte di mercato (il fatto che Vasco Rossi si ritiri alla fine di questo tour) hanno portato l’editore a cambiare il titolo in quello attuale. Almeno è ciò che viene da pensare. Comunque, con la speranza che un fan di Ligabue non si neghi questa lettura, abbiamo intervistato Eva Clesis.
Come è nato il tuo ultimo romanzo, E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco?
Il romanzo è nato due anni fa, avevo molta voglia di affrontare una storia con più personaggi, carichi di attese, e di incastrarli in un tempo di appena ventiquattro ore. L’idea iniziale era quella di parlare di piccole storie di emarginazione, storie parallele molto simili alla vita quotidiana, in cui chiunque poteva riconoscersi perché abbracciano più generazioni.
La scelta di adottare come sfondo, e infine parte del libro, una protesta studentesca è dovuta ai recenti eventi accaduti a Roma e nelle principali città italiane?
La scelta era funzionale alla storia. Gli studenti della piccola provincia che si spargono per la città e si mischiano alla fiumana di altri studenti, gli insegnanti preoccupati per la riforma scolastica, quella sì una parte fondamentale perché ha portato a un nuovo senso di precarietà sociale: da una parte il ruolo sempre più traballante degli insegnanti, dall’altra il problema della formazione culturale dei ragazzi.
I protagonisti, perlopiù adolescenti ma anche adulti già formati, sembrano tutti vivere in una fase di stallo che la parte del titolo e intanto descrive alla perfezione. Questa è questa la visione che hai riguardo la vita attuale?
La fase non la definirei di stallo, tieni conto che tutto si svolge in un giorno, e se consideri questo, succedono fin troppe cose: la sensazione che ho voluto trasmettere è quella di incertezza esistenziale e dell’imminenza di qualcosa, mi piace descrivere sempre l’attimo prima dei drammi o delle fortune, quel momento in cui tutto in potenza può accadere. Sicuramente uno sguardo disincantato e una visione precaria della vita, quella che ho attualmente, hanno contribuito a formare l’immagine delle vite dei personaggi come di piccoli universi, microcosmi di impressioni e volontà che girano senza una direzione precisa. D’altra parte a quindici anni è difficile avere le idee chiare.

giovedì 23 febbraio 2012

Intervista a Claudio Volpe


Abbiamo avuto modo di intervistare Claudio Volpe, autore alla sua prima pubblicazione con il romanzo Il vuoto intorno, edito dalle edizioni Il Foglio Letterario. Un libro di cui, a breve, verrà tratta un’opera teatrale. Un libro crudo e forte, di cui avrete la possibilità di capire qualcosa leggendo quest’intervista.
Claudio Volpe, ventunenne, scrittore esordiente. Come ti suona questa frase?
Strana. Per l’esordiente non c’è alcun problema. È lo “scrittore” che mi spaventa. Mi piacerebbe sicuramente esserlo pienamente ma per ora diciamo che sto iniziando a percorrere la lunga strada della parola, del pensiero, dei versi, delle immagini, delle storie raccontate con forza e rispetto. Esordire a vent’anni è sicuramente una grande emozione, farlo a certi livelli ancora di più ma è anche un grande impegno, una grande responsabilità. Un pensiero fisso per il resto della vita. Devi riuscire a non smentirti, a non ripeterti e a non deludere nel futuro. Ma anche il presente è un bel rischio. Devi dimostrare che a vent’anni, che nonostante i vent’anni, hai qualcosa da dire, da dimostrare, da far comprendere al pubblico dei lettori, all’altro. Bisogna convincere i lettori adulti che un ragazzo di vent’anni è in grado di scrivere qualcosa di interessante, qualcosa che probabilmente neanche scrittori veterani e affermati sarebbero in grado di scrivere, e al contempo convincere i lettori giovani, della tua stessa età, che tu, proprio come loro hai infiniti mondi dentro, racchiusi uno dentro l’altro come le matrioske. La giovane età, l’inesperienza, la follia, la non ancora avviata degenerazione verso la disillusione sono un vantaggio. Un valore.
Gordiano Lupi, un editore che scommette sui giovani. Quanto è stato emozionante venire a sapere che ti avrebbe pubblicato?
Molto, forse troppo. Io ho avuto davvero poca possibilità di rendermi davvero conto che Gordiano Lupi, il Gordiano lupi de Il Foglio letterario, de la Stampa e traduttore per l’Italia di Yoani Sanchez, aveva deciso di pubblicarmi e mi aveva telefonato dopo soli tre o quattro giorni dall’invio del mio manoscritto. È avvenuto tutto così velocemente da stordirmi… Forse me lo sono meritato però… è quello che mi dicono coloro che già hanno letto Il vuoto intorno: “Mi hai stordito con questo romanzo… ora devo respirare”.
L’inferno e il paradiso sono una tematica trattata da migliaia di anni; la tua idea, che è originale, com’è arrivata?
Non credo che sia arrivata. È sempre stata lì dentro di me. Inferno e paradiso, male e bene, morte e risurrezione sono da sempre dentro di noi, dentro l’uomo anche se qualcuno finge o cerca disperatamente di non accorgersene. Ognuno di noi è fatto di male e di bene, e male e bene hanno entrambi un’importanza fondamentale. Il bene c’è perché esiste il suo opposto, il male, che permette di poterlo riconoscere. Come la luce che esiste solo perché è in grado di prendere il posto del buio. Il romanzo racconta la storia di distruzione di un ragazzo padre che sente il bisogno di annientare se stesso e la propria dignità per poter rinascere e acquisire nuova e compiuta consapevolezza di sé. È la storia di tante vite storte, sbagliate, assurde dove l’oscenità e la follia divengono un valore, la salvezza dalla morte. La salvezza dal nulla.
Era tua intenzione far riflettere il lettore, o sono solo parole capitate nel giusto contesto narrativo?
Era mia intenzione far riflettere e “disturbare” il lettore, fargli sentire il male della storia nella pelle, nelle vene, nella mente perché la vita, come la parola, colpisce non solo al cuore ma anche al corpo. La scrittura è una gioia dolorosa, un sentire straripante che ti spinge ad andare avanti nonostante il male che si può incontrare.
Un libro che è venuto fuori in 10 giorni, poi, quanto ci hai messo per la riscrittura?
Anche per la riscrittura ho impiegato poco tempo. Il lavoro di correzione e riscrittura che ho fatto è stato diretto principalmente ad attuare una ripulitura stilistica del testo. Ho smussato alcuni spigoli (pochi perché volevo che questo romanzo fosse appuntito), ho risolto alcune incongruenze nella trama che inevitabilmente sono venute fuori e ho letto e riletto tante volte ad alta voce il testo per sentirne il suono. Il genere di romanzi che amo sono quelli che assomigliano ad una lunga poesia. Musicalità alternata a singhiozzi, velocità mista a pesantezza. Volevo che le parole avessero un loro peso, una loro importanza e una loro corposità. Solo quando hanno una loro consistenza materiale le parole sono in grado di colpire, di entrare dentro, nell’anima e di scavarvi con forza.
Prossime presentazioni?
Il 2 settembre sarò ad Agropoli, il paese dove per una parte è ambientato il romanzo, nell’ambito del “Settembre culturale al castello”, un’importante manifestazione culturale della durata di un intero mese dove l’arte in tutte le sue manifestazioni sarà protagonista indiscussa. Tra settembre e ottobre ci sarà una nuova presentazione a Pontinia al Teatro Fellini dove Il vuoto intorno diverrà anche uno spettacolo teatrale. Poi ci saranno le date di Latina, Roma, forse Torino e Milano e spero tante altre.
I tuoi autori preferiti?
Amo la letteratura italiana perché ha la caratteristica, di solito, di non essere veloce e disimpegnata. Amo gli autori le cui opere hanno un certo peso al loro interno, il peso del dolore dell’uomo, della ricerca della propria dignità, della vita. Amo le storie contundenti che ti stordiscono. Cerco di leggere un po’ di tutto, sia per quanto riguarda i generi letterari che gli autori. La mia autrice contemporanea preferita è senza dubbio la Mazzantini. Non so spiegarne il perché: è così e basta. Tra gli autori passati apprezzo molto Pirandello e il suo pensiero profondo, la sua acutezza.
Cos’hai sul comodino?
Una pila di circa venti libri acquistati durante questi giorni e in attesa di essere letti. In cima c’è Sangue di cane della Tomassini. L’ho iniziato a leggere e lo trovo davvero speciale, di rara bellezza, spero di poterlo terminare a breve (università permettendo). Alla base della pila ci sono una serie di romanzi russi che ho deciso di leggere durante l’estate. Non l’ho ancora fatto. Credo che ogni libro richieda una specifica preparazione e uno specifico momento della vita per essere letto.
Come ti vedi da qui a cinque anni?
Per ora non mi vedo. Vivo quello che viene. Talvolta siamo così presi dal pensare a come progettare il futuro che finiamo per dimenticarci della bellezza del presente. Dimentichiamo di dover essere felici per quello che ci accade nell’ora, nell’adesso. È vero che il futuro è ciò che maggiormente ci interessa perché è il posto nel quale dobbiamo passare il resto della nostra vita, ma è pur vero che il presente ha il suo perché. Il presente è la chiave che apre la porta verso il futuro.
Una domanda che avresti voluto ti facessi?
“Perché nel tuo romanzo si parla così tanto del dolore?” Se mi avessi fatto questa domanda ti avrei risposto che parlare del dolore è necessario, indispensabile. Il dolore, come il male, gambizza l’uomo, lo rende un animale, una cosa, lo priva della sua dignità. Mariapia Veladiano, finalista al Premio Strega di quest’anno, in una sua presentazione ha detto che l’unica soluzione per evitare che il male si propaghi è farlo morire in sé, accettarlo dentro di noi e bloccarlo, ibernarlo, farlo morire evitando così che esso passi ad infettare qualcun altro. Ecco, io credo che scrivere e parlare del dolore sia un buon modo per iniziare a far morire il male in sé. Far finta di niente, fingere che il dolore non esista o che sia solo transitorio in virtù della ricerca di un antidestino nel quale l’uomo, smettendo di essere tale, si proietti verso l’immortalità e verso il mito della salute perfetta, non ha alcun senso. L’uomo è meraviglioso proprio perché mortale e precario. La precarietà dà valore alla vita perché la rende preziosa. L’imperfezione è un vantaggio. È in essa che risiede la dignità di ognuno di noi.

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mercoledì 22 febbraio 2012

Intervista a James Dashner

La scorsa settimana abbiamo avuto modo di recensire Il labirinto, un romanzo che negli USA ha già un enorme schiera di lettori e che in Italia, invece, viene
tradotto solo ora. Pubblicato nel bel paese da Fanucci, Il labirinto, scritto da James Dashner, è il primo libro di una trilogia che troveremo nei cinema nostrani nella seconda metà del 2012. Per toglierci qualche sassolino dalla scarpe, e anche perché non esiste alcuna intervista “italiana”, abbiamo deciso rivolgere qualche domanda all’autore.

Quando hai iniziato a scrivere?
Ho scritto per tutta la mia vita, iniziando da bambino con i racconti. Semplicemente amo raccontare storie, ed è sempre stato così. Ma all’università ho iniziato a prenderle seriamente e a scrivere i primi romanzi.
Come hai trovato il tuo agente letterario, Michael Bourret?
Il mio agente è il migliore del mondo! Ha fatto così tanto per la mia carriera e ha cambiato la mia vita per sempre. Sono stato presentato a lui dalla mia collega, e ora amica, Sara Zarr. Buon per me!
Il labirinto è il tuo primo libro che viene tradotto in Italia, cosa provi?
Sono veramente eccitato di esser riuscito ad entrare nel territorio italiano. Un luogo che voglio assolutamente visitare, forse il primo della lista dei posti da vedere! È veramente “figo” essere lì sottoforma di libro, e spero che piaccia a voi tutti.
Com’è nata l’idea del labirinto?
Alla gente dico sempre che sono stato ispirato da due libri: Il gioco di Ender e Il signore delle mosche. Penso che ne Il labirinto troverete elementi di entrambi.
Il linguaggio colorito utilizzato dai radurai è un modo per evitare di dire molte parolacce, cosa ne hanno pensato i lettori americani?
Volevo che il loro linguaggio sembrasse duro (e qui forse c’è stato un problema nella traduzione italiana dove sembra piuttosto morbido, ndr) e che avesse una fragranza di qualcosa dei tempi andati. Inoltre un linguaggio di questo tipo ha permesso ai miei libri di rimanere nelle scuole, cosa per me importante.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Sto leggendo Horns di Joe Hill (uno dei figli di Stephen King che, per motivi che tutti possiamo immaginare, quando scrive romanzi rifiuta di utilizzare il cognome del padre, ndr). È fantastico!


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Recensione de "La bambola dagli occhi di cristallo" e intervista a Barbara Baraldi


I portici  lungo le strade di Bologna, utilissimi in inverno per evitare di fare uno scivolone sulla neve, servono a poco se tra di essi vi si aggira una misteriosa killer senza scrupoli che, in tacchi a spillo, è sempre pronta a ferire a morte uomini eccitati. L’ispettore Marconi è il primo a intuire un collegamento tra gli omicidi, ma servono delle conferme, qualcuno che aiuti a capire chi sia la spietata assassina. A quanto pare l’unica persona pronta a venire in soccorso dell’ispettore è una medium, una testimone poco affidabile e con un fidanzato violento…
La bambola dagli occhi di cristallo, uscito nelle librerie inglesi lo scorso anno con il titolo The Girl with Crystal Eyes, era stato originariamente edito per il circuito delle edicole nella collana Giallo Mondadori. Ora, a tre anni di distanza, viene pubblicato nuovamente da Castelvecchi in una ristesura che aggiunge allo scritto originale una cinquantina di pagine andandolo a migliorare la narrazione e la completezza del testo, grazie anche alla maturata esperienza dell’autrice, Barbara Baraldi, che dal 2009 ha scritto ben cinque romanzi (di cui tre per Mondadori, uno per Castelvecchi e uno per Perdisa).
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La componente più importante di un giallo? Sino all’ultimo non si deve scoprire chi è l’assassino. Quella di un film d’azione? I fatti si susseguono uno dopo l’altro a velocità elevata. Entrambi gli elementi pervadono le pagine del romanzo di Barbara Baraldi che, con una scrittura limpida volta a non appesantire il testo, ci immerge nelle storie di donne, perlopiù ragazze, non rispettate e tradite dai propri compagni. Ognuna ha subito un trauma, o lo sta subendo, ognuna potrebbe essere pronta ad uccidere, dalla ricca e gelosa ereditiera alla ragazza che, per sentirsi meglio, coccola un gattino.
La bambola dagli occhi di cristallo potrebbe essere mediaticamente avverito come la rivincita femminile su un mondo sessista dove l’uomo, anche e soprattutto per costituzione fisica, ha la meglio. Se in giro ci fosse una vendicatrice travestita da “una ragazza da una botta e via” quanti sarebbero i maschi pronti a lasciarsi abbindolare dopo una splendida serata?

Di seguito, l’autrice risponde ad alcune domande.
In un’intervista dici che La bambola dagli occhi di cristallo originariamente pubblicato in edicola nei Gialli Mondadori con il titolo La bambola di cristallo è diverso da quello pubblicato oggi da Castelvecchi poiché lo hai ampliato, revisionato e migliorato, ma quello che ci interessa sapere è: da quale dei due è stato tratto il libro tradotto in Inghilterra?
La versione uscita in Inghilterra è una versione “intermedia”. Si tratta essenzialmente della stesura uscita originariamente nel Giallo Mondadori, con alcune modifiche nell’ordine dei primi capitoli e un finale un po’ più lungo.
La Castelvecchi si è interessata a questo romanzo solo dopo che sono venuti a conoscenza della pubblicazione estera?
Il mio più grande desiderio era portare La bambola in libreria anche in Italia. Ho conosciuto l’editore Castelvecchi nel periodo in cui ero in trattativa con l’Inghilterra. Ovviamente, non ho nascosto la cosa durante l’incontro, ma penso l’avrebbero pubblicato comunque, perché si sono davvero innamorati del romanzo.
Verrà poi ripubblicato anche il secondo volume, Bambole pericolose?
Spero di sì, anche se non è ancora iniziata una vera e propria trattativa in questo senso. C’è da dire che l’uscita di Bambole pericolose in edicola è recentissima, e quindi è presto per pensare a una ristampa.
Dopo il seguito di Scarlett, uscito in questi giorni per Mondadori, quale sarà il prossimo romanzo?
Un romanzo a fumetti! La protagonista è Bloodymilla, una vampira che non riesce ad accettare la sua natura demoniaca, e che si trova a combattere altri demoni. È una storia a metà tra Dracula e Il mucchio selvaggio, una sorta di western gotico ambientato tra i boschi dell’appennino e vecchi manieri, con streghe, cacciatori di vampiri cannibali e… marionette! Ai pennelli, due ragazze dal talento incredibile: Elena Cesana e Roberta Ingranata. Uscirà per Delos books, in una collana curata da Gianfranco Staltari e Stefano Fantelli. La presentazione del volume è prevista in autunno al Lucca Comics.

La bambola dagli occhi di cristallo
Autrice: Barbara Baraldi
Casa editrice: Castelvecchi
Collana: Le torpedini
Pagine: 224
Prezzo: 16,00 €
Sito ufficiale dell’autrice 

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martedì 21 febbraio 2012

Intervista a Jeff Kinney, l’autore di “Diario di una schiappa”

La storia di Jeff Jinney è alquanto bizzarra: ha iniziato come fumettista nel giornale del college ed era convinto che quello fosse il suo destino, poi però ha iniziato a programmare videogiochi e si dice che sia stato lui a creare il famoso portale per bambini www.poptropica.com e, infine, ha iniziato a scrivere in un blog Diario di una schiappa allegando in ogni post numerosi schizzi. Lì è stato notato da una casa editrice americana e ora è un autore da oltre 42 milioni di copie vendute nel mondo. In occasione della presentazione ai giornalisti dell’omonimo film tratto dai suoi libri – pellicola che uscirà questa estate – abbiamo avuto modo d’incontrarlo.
Qual è stato il suo ruolo nella realizzazione di questa pellicola?
Be’, dato che ho fatto anche da produttore esecutivo non mi sono occupato solo della sceneggiatura e quindi ho avuto modo d’esserci sin dalla scelta degli attori fino ai titoli di coda.
La prima volta che ha disegnato Greg si aspettava un successo simile?
No, non me l’aspettavo, anzi, non mi aspettavo nemmeno che un giorno il mio lavoro sarebbe stato pubblicato.
Quanto c’è di autobiografico nel personaggio?
Davvero poco, in certi aspetti proprio non mi ci riconosco, però, ovviamente, alcuni aspetti sono simili.
Come si sono comportati i giovani attori?
Sono stati davvero professionali, sapevano le loro battute e c’è stato un clima splendido.
Come scrive i suoi libri?
Ho sempre cercato di fare libri che si rivolgessero a un pubblico adulto, anche per far riflettere su certe situazioni, ma uscivano sempre fuori qualcosa per ragazzi. (Sorride)
Come è stato lavorare nel cinema?
Diverso. Quando si scrive si è da soli, invece nel cinema si fa tutto in gruppo, bisogna collaborare. Potevo suggerire molto, ma non potevo controllare tutto.
Cosa ci può dire riguardo la scelta della sceneggiatura?
Abbiamo tratto dai vari libri una collezione di scherzi che ci sembravano più divertenti e interessanti, e poi li abbiamo collegati tramite una storia. Anche nei libri la storia non mi interessa più di tanto, quello che mi importa è il divertimento.
Quando ha iniziato a scrivere, lei idolatrava qualcuno o seguiva un modello di autore?
No, cercavo semplicemente di entrare nel mondo editoriale e, nel modo in cui ci sono riuscito, credo d’aver creato un nuovo modello.

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Intervista a Boris Virani, dalla zuppa al premio Strega

Gordiano Lupi, l’editore di edizioni Il Foglio, aveva già portato al Premio Strega Wilson Saba, pubblicato Sacha Naspini, autore ora passato a Elliot, e Il divoratore di Lorenza Ghinelli, che è stato ripubblicato con successo da Newton Compton e in questo momento viene tradotto in oltre sette paesi in Europa e in tutto il Sud America. Gordiano Lupi scopre talenti e appena ha visto ciò di cui è capace Boris Virani ha deciso di pubblicarlo e di candidarlo immediatamente. Mangia la zuppa, amore è un incrocio tra teatro e letteratura, un romanzo che porta qualcosa di nuovo nel panorama editoriale italiano colmo di novità che sanno di prodotto marcio ancor prima d’uscire.
Di cosa parla il tuo libro?
Il libro parla di un ragazzo dal passato incerto, che si ritrova a muoversi in mezzo a strani personaggi. In realtà non si riesce a capire se questi personaggi siano strani perché sono effettivamente strani, o se vengono distorti dallo sguardo allucinato del protagonista. L’unica cosa che sembra essere ben solida e reale è la zuppa in cui il ragazzo si rifugia ogni qual volta si ritrova a lottare con la consapevolezza dell’assurdo, con il “magone”. Non esiste una trama, non c’è un tempo e quindi non c’è ordine, il libro riporta il flusso di coscienza del protagonista, intervallato dalle descrizioni di strane rappresentazioni oniriche.
Come è nato?
Mangia la zuppa, amore nasce diversi anni fa, e nel tempo ha subìto molte revisioni. Posso dire che è nato completamente diverso da com’è ora, sotto altri pensieri e bisogni. Con il passare dei mesi si è arricchito a livello tecnico e ha perso dei contenuti che ho ritenuto superflui. Direi che dopo quattro anni è proprio per questo che ho deciso di pubblicare: per frenare questa emorragia di contenuti. Stava diventando cinico.

Cosa ti ha ispirato?
Credo che “ispirazione” sia una parola che può voler dire molte cose. Se ispirazione è desiderio di comunicare un qualcosa (e non parlo solo di sentimenti o emozioni) allora sì, nella scrittura del libro sono stato ispirato. Avevo il desiderio di descrivere un certo tipo di vita che secondo me è sempre più diffuso, specialmente fra i giovani. Ma non volevo indicare un percorso particolare, non volevo consigliare, non volevo guidare.
Cosa ci puoi dire riguardo alla scelta dello stile che hai adottato?
Nei capitoli “narrativi” ho cercato di rendere al meglio lo smarrimento del protagonista, che è anche colui che scrive. Il lessico è semplice, la sintassi spesso confusa; periodi molto lunghi o molto brevi, frequenti ripetizioni. Ci sono anche delle stonature evidenti, un congiuntivo strano qua, una parola incomprensibile là. Roba che un italianista al leggerla storcerebbe il naso occhialuto. Tutto questo per rendere il caos che il ragazzo ha in testa, chissene degli italianisti. Per quanto riguarda i capitoli “teatrali” lo stile naturalmente è chiaro, freddo.
Come si collegano le parti teatrali del libro a quei momenti di vita quotidiana?
Apparentemente non si collegano, se non si fa attenzione a brevi messaggi e indizi lasciati nel testo. Solamente nel capitolo finale le due parti si uniscono per creare un collegamento, un nesso, che può essere interpretato in molti modi diversi.
Se potessi, cambieresti ancora qualcosa del tuo romanzo?
Un libro non potrà mai essere perfetto, almeno non nella mente del suo autore. Se non l’avessi pubblicato sono sicuro che sarebbe stato riscritto altre volte (forse per pulire quelle stonature di cui parlavamo prima, che adesso mi sembrano indispensabili). Accorgersi di quando bisogna chiudere, di quando “va bene così e stop”, è sempre difficile. Ogni volta che riscrivi si va a perdere qualcosa per un desiderio (giustificato) di ordine e chiarezza. Prima o poi bisogna staccarsi dal libro. Per me è stata una decisione sofferta, e ancora adesso mi chiedo se sia stata la scelta giusta. Me lo domanderò per anni, perché non potrò più metterci le mani, non potrò più cambiarlo, non potrò più cercare di dargli un tono particolare, un’ “educazione”. Ma non potevo fare altrimenti: mi assorbiva completamente.
Cosa c’è di te nel protagonista?
Di me ha solo il senso del vuoto, dell’assurdo, che comunque è ciò su cui si fonda il libro. La confusione, la mancanza di significati, un qualcosa che molte persone hanno in comune dietro i volti sicuri, provati, quotidiani. I personaggi e i luoghi sono invece frutto di fantasia, eccetto per la torre e per qualche monumento di Pisa. Comunque anche questo è un discorso complesso, una delle classiche domande a cui si fatica a rispondere, perché è difficile capire cosa sia la fantasia, dove inizi la tua vita e dove finisca quella degli altri.
Hai mai avuto il timore di metterti “a nudo” ?
No, questo no, perché nel libro c’è poco di autobiografico.

Come sei arrivato alle edizioni Il Foglio?
Tramite internet. Il Foglio è una casa editrice che accetta l’invio di scritti via email, un sistema economico per un esordiente squattrinato. Sette-otto mesi fa l’editore, Gordiano Lupi, lesse la penultima versione del testo, che al tempo aveva anche un altro titolo. Gli piacque, ma io decisi di aspettare ancora un poco, non ero convinto di pubblicare. In effetti dovevo riscrivere il libro ancora una volta.
Abbiamo sentito che c’è la possibilità che ti traducano all’estero…
Si è fatta avanti timidamente una casa editrice olandese che ha pubblicato grandi scrittori italiani. Stanno valutando.
Chi sono i tuoi autori preferiti?
La letteratura che preferisco è quella “oulipiana”, ovvero quella letteratura francese (e russa) che ha scavato nel campo del surreale. Dovessi fare dei nomi direi Queneau e Vian fra i francesi, Charms e Bulgakov fra i russi, ma ce ne sono moltissimi altri. Nella drammaturgia cito naturalmente Ionesco e Beckett, ma anche un più recente Pinter e altri scrittori “minori” appartenenti al teatro dell’assurdo.
Future presentazioni?
Probabilmente sarò a Roma per la fiera di Genazzano. Forse sarò presente anche al Salone del Libro di Torino, presso lo stand di Historica edizioni.
Stai già scrivendo un altro romanzo?
Ho qualche idea, ci sto pensando, ma ora ho troppo da fare.
Ascolti musica durante la stesura di un testo?
Se posso non ascolto, scrivo molto meglio se c’è silenzio; se invece sono distratto o è una giornata rumorosa metto un po’ di musica. Non un genere particolare, dipende da cosa devo scrivere: vado dall’elettronica alla classica.
Come ti vedi da qui a cinque anni?
Non mi vedo. Nel senso che non sono mai riuscito a immaginarmi più in là del domani. Non riesco a fare programmi.
Riguardo al Premio Strega, prima della scrematura a dodici persone hai detto: “Sensazioni belle, indipendentemente da cosa si deciderà domani. Un’occasione per farsi leggere da molte più persone. Una certa sicurezza, che per un esordiente significa tanto.” Ora che sei uscito, cosa ci dici?
Ripeto quello che ho detto. Essere inserito nella rosa iniziale mi ha dato fiducia, perché il mio libro è stato presentato da due colossi come Predrag Matvejevic e Paolo Ruffilli, che non conoscevo personalmente; e mi ha offerto anche una base importante in termini di visibilità, con la quale spero di poter raggiungere un maggior numero di persone. Detto questo, penso che Mangia la zuppa, amore non sia un libro adatto allo Strega.

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Intervista a Chiara Pradella

Login (Edizioni Il Foglio) è un romanzo che tratta una delle tante possibilità che internet offre alle giovani ragazze, e cioè l’opportunità di vendersi via webcam. Un fenomeno che va crescendo di anno in anno, che porta soldi facili e immediati, e così, al momento di pagare la retta universitaria o la borsa di Gucci, si ricorre a questo metodo.
Nel libro scritto da Chiara Pradella, Germano Pettarin, Enzo D’amico, ci troviamo nei panni di Flavia, una studentessa modello che ha una paghetta basata sui voti, ma che comunque non gli permette le spese folli della nuova migliore amica, Efri. Ma, mano a mano che l’amicizia cresce, le strade si incrociano e il destino si accomuna…
Nel 2010 Login ha ricevuto una menzione speciale della giuria al primo Holden: Spietato ritratto di una giovane generazione in bilico tra sogni, ambizioni, paure, sentimenti e solitudine. Una generazione a cui il mondo di internet pare promettere la soluzione a ogni problema. In rete puoi essere chi vuoi e fare ciò che voi perché al minimo problema basta sloggarsi… Linguaggio semplice, immediato, adatto proprio a un target giovane. Un testo che vuol essere per i giovani un monito a non cadere nelle innumerevoli trappole della rete e per i genitori un invito a essere più presenti nella vita dei loro figli.
Di seguito un’intervista alla ventunenne Chiara Pradella:
Da dove è nata l’idea di Login?
L’idea di Login è nata dal mio coautore Germano Pettarin, ispirato dalle vicende di attualità che già ad inizio anno prosperavano per il prodenonese/trevigiano. Articoli di quotidiani che parlavano di ragazze disposte a spogliarsi per ricevere un po’ di soldi da spendere in ricariche, vestiti firmati… Giovani vogliose di bruciare un po’ di tappe per diventare grandi, per sentirsi importanti. Tutto questo materiale raccolto, insieme alla vita quotidiana passata nelle classi (Germano è un professore alle superiori che io ho frequentato) ci ha spinto a mettere nero su bianco quanto stava accadendo, per far capire i giovani come sia pericoloso anche un semplice “gioco” via web… Come una semplice “ragazzata” possa addirittura costare la vita.
Il target del vostro romanzo è quello giovanile, è una cosa che avevate previsto durante la stesura del testo?
Sì, abbiamo scelto di scrivere un romanzo breve e spigliato per venire incontro ai ragazzi, che a volte non si dimostrano molto amanti della lettura. Ma anche di ambientarlo proprio nel loro mondo, fatto di camere da letto colorate, da chiudere a chiave all’arrivo dei genitori, di bar e pub, di negozi del centro e istituti scolastici. Tuttavia, il nostro intento è anche quello di consigliare il testo ai genitori e agli adulti, perchè possano capire mglio le dinamiche del mondo giovanile e i loro rischi.
Come si fa a scrivere un libro in tre e che rapporto hai con gli altri due autori?
Si può se c’è una grande amicizia e un grande rispetto reciproco! In questo caso la collaborazione diventa splendida, e ogni giornata di incontro per la stesura del romanzo diventa una scusa per andare a farsi due chiacchiere al bar e ridere insieme! Il grosso del lavoro l’abbiamo fatto io e Germano: lui ha steso l’idea del racconto e io l’ho aiutato ad assemblarlo, approfondendone le descrizioni, mentre l’amico Enzo ha avuto il ruolo di giudice e supervisore, nonchè consigliere ufficiale e “filtro” delle nostre idee!
Avete avuto una menzione speciale al Premio Letterario Giovane Holden, raccontaci come è andata.
Ahia, mi prendi impreparata! Sinceramente non conosco bene questo premio, perchè vivendo in una piccola cittadina di provincia non arrivano molto le notizie del “grande mondo esterno”… ti posso dire che noi abbiamo provato a mandare il nostro manoscritto e il risultato di una menzione speciale ci ha fatto sicuramente molto piacere. Ci hanno detto che il Premio Letterario Giovane Holden è molto importante, per cui non possiamo far altro che essere soddisfatti del nostro risultato e ringraziare la giuria.
Che rapporto hai con la scrittura?
Adoro scrivere! Scrivere è come sognare, per me. Come respirare, forse. Sono una che non sta mai zitta, mai ferma… Amo sempre buttare giù i miei pensieri, le mie emozioni. Cosa scrivo? Di tutto! Dalla lista della spesa a romanzi di pagine e pagine, anche se ultimamente mi sto dedicando ai testi delle canzoni. Da brava artista non ho un momento speciale della giornata in cui scrivere… Però quando arriva l’ispirazione lascio tutto e mi rifugio in un qualsiasi angolo con un foglio di carta e una penna. Il computer viene dopo.
Progetti futuri?
Tanti, tanti sogni! Sicuramente con Germano ed Enzo l’idea è quella di pensare ad un seguito per Login, ma mi piacerebbe anche rimettermi sulla scena semplicemente come Chiara P., per mettermi di nuovo alla prova. Il primo libro, infatti, l’ho pubblicato a 15 anni, si chiama Non pettino più le bambole della casa editrice Biblioteca dell’Immagine. E poi, chissà? Un programma televisivo dove portare il nostro Login non mi dispiacerebbe! Un bel dibattito alla Maurizio Costanzo… Non si sa mai. Stelle in cielo ce ne sono tante… Magari qualche desiderio si realizzerà (Sorride).

Login
Autori: Chiara Pradella, Germano Pettarin, Enzo D’amico
Casa Editrice: Il Foglio, 2010
Pagine: 110
Prezzo: 12 €


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Intervista a Maria Rosaria Ferrara

Osservando il libro con gli occhi della protagonista, Giulia, il romanzo inizia subito con una scossa, una di quelle forti, che ti porta a scoprire l’omosessualità della persona che amavi e il tradimento, mai in via occasionale, avvenuto con un uomo. A quel punto i tuoi sogni, le tue aspirazioni, perdono punti nella classifica che hai in testa e inizi a guardare la vita solo dal punto di vista sentimentale, e la confusione ti avvolge come se non ti volesse più lasciare.
Così inizia Chrysalis, l’esordio letterario di Maria Rosaria Ferrara, e così continua vorticando tra emozioni incerte e sentimenti ambigui. Le pagine, scritte in prima persona, scorrono veloci senza affaticare la lettura. I personaggi sono ben delineati, e forse, e ripeto forse, è questo che ti porta a intuire i colpi di scena qualche pagina prima che arrivino. Detto ciò, voglio assicurarvi che la valutazione dello scritto non è risultata negativa, anzi, tutt’altro: lo scorrere del romanzo è orientato in maniera tale da farci sentire le emozioni provate dalla protagonista, che mano a mano diventano più tangibili soprattutto perché si sviluppa una forma di affezione nei suoi confronti, come se volessimo proteggerla dal dolore che prova e aiutarla nei momenti di difficoltà o sorridere assieme a lei quando avvengono delle svolte positive nella sua vita.
Maria Rosaria Ferrara, presentati: chi sei? Quali aspirazioni hai?
Che domandona!!! Bene, ciao a tutti e soprattutto a te Michele. Mi chiamo Maria Rosaria ma preferisco che mi si chiami semplicemente Rosaria. Sono una scrittrice esordiente e malata per la lettura e i libri. Infatti quando non scrivo leggo e se posso lavoro come editor. Sono una inguaribile sognatrice e posso affrontare questo mio “malessere” solo dando vita a racconti e romanzi
Come è nato “Chrysalis”?
Chrysalis è nato un po’ per caso dall’idea di Roxanne, la drag queen protagonista con Giulia di molte vicende del libro. Volevo, almeno con l’immaginazione, immedesimarmi e vivere situazioni che fino ad allora non avevo vissuto (quelle intriganti intendo, poi la storia ha iniziato a prendere il sopravvento e ad affrontare diverse tematiche anche abbastanza dure in alcuni casi).
C’è una qualche componente autobiografica all’interno del romanzo?
No, nel libro c’è tutta fantasia, nessun riferimento autobiografico anche se ho molti amici omosessuali.
Come hai cercato l’editore e come ti sei sentita quando ti hanno risposto positivamente?
L’incontro con la Edizioni Eiffel è avvenuto nel momento in cui avevo messo da parte il manoscritto, almeno per un po’, per concentrarmi sulla ricerca di lavoro. Avevo sottoposto il mio curriculum a questo editore, il quale aveva notato che avevo segnalato la mia partecipazione a diversi concorsi letterari. Così mi ha chiesto di fargli leggere alcuni miei manoscritti e ha creduto immediatamente in Chrysalis proponendomi la pubblicazione. Capirai, ha realizzato un sogno che avevo da una vita!
Dal titolo, al disegno in copertina, al romanzo, c’è il richiamo alle farfalle, cosa ti rappresentano?
Beh, quando ho pensato ai quadri di Giulia e a quello che volevo fosse il suo capolavoro, ho avuto subito in mente l’immagine di una farfalla che rappresenta proprio una metafora: la crisalide è una fase della vita in cui tutti possono riconoscersi, il momento in cui ognuno di noi raccoglie le forze per lottare e realizzare i propri sogni!
Scrivi in un luogo abituale? Ascolti delle canzoni?
La musica mi fa sempre molta compagnia. Oltre alla scrittura è un’altra mia grande passione (non a caso suonicchio da autodidatta la batteria) e mi ispira molto attraverso i suoi suoni. Non a caso i titoli dei capitoli di Chrysalis fanno riferimento a canzoni o versi di canzoni che mi hanno fatto compagnia mentre lo scrivevo. Diciamo che scrivo un po’ dove capita, l’importante è l’ispirazione: quando arriva non posso ignorarla e devo prendere carta e penna per assecondarla. Ultimamente mi piace scrivere seduta sul letto al mattino, oppure al pc in cortile…
C’è qualche autore al quale desideri accostarti come stile di scrittura? Chi sono i tuoi preferiti e quali libri leggi?
Adoro lo stile degli scrittori giapponesi come Murakami e Yoshimoto, la loro delicatezza, la profondità con cui affrontano tematiche anche difficili. Ma mi piacciono anche Italo Calvino, Stefano Benni, Daniel Pennac, Katherine Pancol o Stephen King… Diciamo che scelgo i libri da leggere in base allo stato d’animo e alla curiosità che mi suscita la trama del libro. Tra l’altro in questo periodo leggo anche molti libri di colleghi esordienti e molti di loro sono davvero scrittori interessanti.
Progetti futuri?
Ho dedicato l’estate alla seconda stesura del mio secondo romanzo. Devo lavorarci ancora un po’ su ma spero di pubblicarlo entro l’inizio del prossimo anno. Intanto continuo a scrivere altri romanzi e racconti e a promuovere Chrysalis. A questo riguardo, si prospetta un autunno folto di eventi: sono previste presentazioni un po’ in tutta Italia e chi volesse tenersi informato può visitare il gruppo “Chrysalis, il libro” su face book oppure il mio profilo sempre su questo social network. Ho inoltre anche un profilo MySpace e il mio sito internet è www.mariarosariaferrara.com
Per concludere, consiglia questo libro usando una sola frase.
Ognuno di noi, quando realizza i propri sogni o lotta per realizzarli, è una crisalide che attende di volare: Chrysalis è un romanzo che con delicatezza e intensità tocca le corde del cuore proprio mentre state per spiccare il volo.

Chrysalis
Autore: Maria Rosaria Ferrara
Editore: Eiffel
Pagine: 224
Prezzo: 12 €

Intervista a Gabriele Picco

Gabriele Picco torna alla scrittura con quello che si preannuncia come uno dei romanzi più belli dell’anno, “Cosa ti cade dagli occhi”, edito da Mondadori. Disponibilissimo, a poco meno di due settimane dall’uscita del suo libro in libreria, risponde immediatamente alle nostre domande.
* Come è nato “Cosa ti cade dagli occhi”?
Dopo aver realizzato la scultura che sta in copertina ho capito che l’idea non si esauriva così. Poi un giorno sono andato a trovare un amico a Barcellona,  e mentre in spiaggia leggevo il libro di Goffredo Parise, “Il ragazzo morto e le comete” , di getto mi è venuto da scrivere una frase sulla prima pagina. L’ ho letta  e mi sono detto: “Questa è la fine del mio prossimo romanzo”. Sono tornato a casa e ho iniziato a scriverlo.
* La scelta di un personaggio principale come Ennio, con un omino dentro la pancia che lo porta a lasciare lunghi peti per tutta Manhattan, da cosa è stata dettata?
E’ nata dal fatto che mentre scrivevo stavo soffrendo di aerofagia, così mi sono immaginato questo omettino che imparava a fischiare dentro la pancia. All’inizio avevo pensavo fosse un mio amico giapponese, poi è diventato semplicemente l’omettino…
* Come mai è passato tutto questo tempo tra il tuo primo romanzo, “Aureole in cerca di santi“, e questo?
Prima di tutto perché ho vissuto due anni a New York, più i continui viaggi tra mostre, borse di studio, progetti per sculture, cortometraggi. Secondo, ogni volta che cominciavo un romanzo, poi lo cestinavo. Era da un po’ che ci riprovavo, ma i romanzi si lasciano scrivere quando vogliono loro.
* Se si può sapere, quanto ci hai impiegato a scriverlo?
La prima stesura poco meno di un anno, poi per un altro anno l’ho lasciato decantare e quando l’ho ripreso in mano ci ho lavorato ancora due o tre mesi.
* Hai contattato la Mondadori tramite un agente letterario, o di persona?
Ho trovato prima un agente letterario. Un consiglio per gli esordienti: tentare tutte le strade possibili, anche quando non ci sono: inventarsele. Io mi sono studiato per bene i consigli che dava uno scrittore americano su come contattare un agente, come essere incisivi nel presentarsi, eccetera.
* Cosa studiavi alla New York Film Academy e come ti sei trovato a New York?
A New York in realtà ho fatto alcune mostre e ho dipinto molto, la parentesi cinema è stata breve, seppur molto intensa, e ho realizzato alcuni cortometraggi in pellicola. Torno spesso a New York, ci sono appena stato tre mesi e ho molti amici che mi fanno sentire come a casa.
* Rimandendo in tema, quali sono i tuoi film preferiti?
“2001 Odissea nello spazio”, “Pulp fiction” e “Fitzcarraldo”, per dire i primi 3 che mi vengono in mente.
*Sei un artista visivo, e la copertina di “Cosa ti cade dagli occhi” sei stato tu a realizzarla, oltre che i disegni all’interno del romanzo, parlaci un pochino di questa tua altra passione?
L’arte è una passione ed è la mia professione. Ho sempre dipinto e da quando avevo 24 anni ho cominciato a fare mostre. La copertina del romanzo è la foto di una mia scultura che è stata esposta in Francia ed è stata riprodotta su riviste specializzate in tutto il mondo. Scrivere un romanzo e inserirvi all’interno dei miei disegni era per me un sogno: riuscire a fondere le cose che amo più fare nella vita. (sorride)

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Intervista svoltasi nei primi giorni del 2010.

Intervista a Matteo Nucci

1° tipo di presentazione dell’autore
Trentanove anni, romano, Matteo Nucci ha appena pubblicato il suo primo romanzo “Sono comuni le cose degli amici” (Ponte alle Grazie, 218 pp., euro 14,50). Collaboratore del Venerdì e di Repubblica XL, lavori di filosofia antica alle spalle (sua la nuova edizione del Simposio einaudiano), Nucci aveva finora pubblicato racconti su riviste come “Il Caffè Illustrato” e “Nuovi Argomenti”. Poi il gran salto. Me ne parla davanti a un cappuccino nel bar dove fa colazione. Ne parla come se non fosse un’intervista ma una chiacchierata fra amici.

2° tipo di presentazione dell’autore….
Un largo velo di nuvole copriva il cielo della capitale, un venticello invernale smuoveva le tendine dei due bar in piazza Madonna dei MOnti, e delle persone uscivano dalla chiesa con dei lunghi cappotti avvolgendo il bianco collo con delle sciarpe colorate. Dalla fontana al centro della piazza sgorgava acqua limpida e gelata e a pochi metri di distanza incontrai Matteo Nucci.
Barba incolta, sguardo serio e voce affabile. Queste furono le prime cose che notai. Poi l’orecchino, un anello sul lobo sinistro, non l’avevo visto nella foto sulla copertina del suo libro!
Ci sedemmo ad uno dei tavoli interni del bar più vicino e iniziammo una conversazione che dava l’impressione d’essere un’intervista solo per il registratore sul tavolino.
Matteo Nucci, all’esordio con “Sono comuni le cose degli amici” aveva già pubblicato in passato,  non romanzi, ma racconti, su riviste come Nuovi Argomenti e Caffè illustrato, oltre che collaborare con Il venerdì e la Repubblica XL.

- Sono comuni le cose degli amici, dunque

Forse, non lo so. Non sempre. Quello è un detto greco antico che può significare molte cose e che Platone cita spesso. Ma gli amici non condividono soltanto virtù. Lì è il problema.
- Un problema dei giorni nostri?
Mah, è un romanzo ambientato in questi tempi, sì, però non ha riferimenti temporali precisi, così come non ha riferimenti precisissimi dal punto di vista spaziale. La prima parte è ambientata nella campagna vicino a Roma, la seconda nelle isole greche, la terza invece è proprio qui in città e i riferimenti sono via via più determinati.
Qual è la storia che racconta il romanzo?

La storia è quella di un uomo che perde il padre. Una perdita che lo mette di fronte a una serie di dilemmi tra i quali il principale è: seguire o no le orme di questo padre dalla personalità a dir poco ingombrante.
- Poi il protagonista va in Grecia. E’ un posto che ti appartiene?
Be’ certo, io adoro la Grecia. La prima volta fu al liceo, con la scuola e rimasi folgorato. Iniziò una passione travolgente. Adesso, se d’estate non vado in qualche isola per pochi giorni almeno, poi d’inverno sto male.

Intervista a Sacha Naspini


Sacha Naspini è l’autore de “I cariolanti“, uscito in libreria il mese scorso per Elliot edizioni.
Tra le sue opere precedenti figurano “I sassi“, Il foglio edizioni, e “Diario di un serial killer“, edito da SERED Edizioni, una casa editrice che distribuisce nelle edicole. Per una lista completa dei suoi scritti cliccate sul seguente link che vi collegarà al sito ufficiale: clicca qui.
  • “I Cariolanti” è il tuo ultimo libro. Parlacene un pochino.
È una favola nera. Il protagonista è Bastiano, e il libro è composto da tredici istantanee della sua vita. Inizia nel 1918, verso la fine della Prima Guerra. La prima fotografia è lui, con suo padre e sua madre, chiusi in un buco, in una fossa in mezzo al bosco. Questo perché il padre decide di nascondere la famiglia lì, per non partire per la guerra. Bastiano ha questo primo approccio con la vita, affronta subito le contingenze più estreme: il freddo, la fame, la sete, la paura di essere scoperti, e questo imprinting condizionerà la sua esistenza totalmente. Continuerà a portare avanti quest’istinto alla sopravvivenza che ha conosciuto nella fossa, che contaminerà tutte le circostanze che si troverà ad affrontare, compreso l’amore. Bastiano è una specie di pallottola impazzita sparata da una canna mezza storta, e la sua vita si scontra con il mondo in modo trasversale, senza che se ne possa prevedere la direzione.
  • Hai avuto difficoltà durante la stesura?
Direi di no. Il romanzo mi è venuto giù nell’arco di appena una settimana. Avevo chiaro in testa l’obiettivo principale della storia, e soprattutto sentivo che “la voce” che stavo usando era giusta.
  • Come ti sei mosso per trovare un editore e com’è stato il rapporto con l’editor che ti hanno affidato?
È avvenuto tutto nella maniera più semplice: ho inviato il manoscritto in redazione, e pochi giorni dopo ho ricevuto una mail entusiasta direttamente da Massimiliano Governi. In questi mesi ho stretto un rapporto bellissimo con lui. L’esperienza di lavorazione del testo, poi, è stata strepitosa, Governi ha preso a cuore il progetto in maniera viscerale, credendoci fortemente. Abbiamo studiato assieme il testo nel particolare, ripulendolo da scorie e inserendo accorgimenti assolutamente necessari. Quello che è in libreria è il risultato di tutto questo.

Intervista a Dorotea De Spirito

Dorotea De Spirito è una giovane autrice pubblicata in Italia e all’estero. I suoi primi due romanzi sono: “Destinazione Tokio Hotel” e “Angel”, entrambi editi da Mondadori.
• Partiamo dal principio. Come sei arrivata alla pubblicazione di “Destinazione Tokio Hotel” alla Mondadori?
Ho sempre amato scrivere, fin da quando ero piccolina , quando ho iniziato a conoscere e amare  i Tokio Hotel mi sono ritrovata a pensare, molto improvvisamente e ripetutamente ad una frase, che poi è la frase di apertura del libro, posta prima del primissimo capitolo. Da queste poche parole, appuntate velocemente su un blocco, ne sono seguite molte altre e pagina dopo pagina si è formata l’intera storia.  Sono sincera, è stata una cosa spontanea e… veloce: non potevo smettere di scrivere, era come un flusso continuo. Ripensandoci a distanza di tempo credo che sia stato un momento in cui due grandi passioni, la scrittura e l’amore per una band, si sono in qualche modo scontrate e la storia è ciò che ne è uscito. Terminato il tutto ho pensato di provare a sottoporlo a qualche casa editrice, con tutta l’inesperienza possibile, naturalmente! Ma ho avuto fortuna perché dopo averlo mandato ad un paio di indirizzi entrambi hanno risposto, la Mondadori è stata la prima.
• Abbiamo visto che è disponibile anche in inglese. Ti aspettavi una cessione dei diritti per il tuo libro anche all’estero? In quanti paesi è stato tradotto e come sono andate le vendite?
E’ stato tradotto, a quanto so, in francese, tedesco e credo sia disponibile anche in Lituania. Probabilmente è la cosa che meno mi aspettavo: quando ho saputo della traduzione in francese, che è stata la prima in ordine di tempo, poco è mancato ad un mio mancamento via telefono! Non so esattamente in termini di vendite come sia andata, ma la soddisfazione è certo tanta.

• Questo mese è uscito in libreria “Angel”. Parlacene un pochino: partendo dalla trama, sino ad arrivare alle difficoltà che potresti aver incontrato durante la stesura del testo, o nella ricerca di un editore, a meno che non avevi già firmato con Mondatori in anticipo.
Anche questa volta stavo innocentemente ascoltando della musica! Forse sviluppo strani rapporti con le canzoni, non lo so. Fatto sta che l’ispirazione mi ha colpito al verso iniziale di “Wish you were here”, dei Pink Floyd. Lì ho trovato semplicemente splendido questo interrogativo: credi davvero di poter dividere il paradiso dall’inferno? Da qui l’elemento di base della trama: come comportarsi quando ciò non è possibile a causa, per esempio, di una forza superiore e sconvolgente come un legame affettivo. Alla base del libro c’è quindi un sentimento contrastato, controverso e difficile tra due realtà opposte: un Angelo e un Demone. E’ anche però una storia di crescita, di famiglia, di amicizie, scuola: elementi della quotidianità di ogni ragazzo. In più mi sono divertita a inserire rimandi alla musica e al rock e contemporaneamente alla filosofia o ai testi di Catullo, per esempio. Per quanto riguarda la pubblicazione, la Mondadori aveva il diritto di precedenza di lettura, ma ciò non garantiva certo una risposta affermativa. La mia paura nell’attendere notizie in quel periodo  forse  anche maggiore dell’anno scorso, quando attendevo quelle su “Destinazione Tokio Hotel”.
Farai delle presentazioni in giro per l’Italia o rimarrai nel viterbese?

Intervista a Federico Ghirardi

Federico Ghirardi è il giovane autore della serie di “Bryan di Boscoquieto”, edita da Newton Compton.
Potete trovare informazioni direttamente sul suo sito ufficiale o sul forum da lui gestito.
• Abbiamo letto su altre interviste che ti piace molto Stephen King, in particolare a noi interessa il tuo giudizio riguardo “On writing”, tu l’hai letto?
Io di manuale ho letto solo quello, perché mi piace molto Stephen King. L’ho trovato interessante sia per i consigli che forniva sulla scrittura, sia per la parte autobiografica che mi ha permesso di conoscere un po’ meglio uno dei miei autori preferiti.
• Il tuo primo libro è andato in stampa con una tiratura di 10.000 copie, e dopo pochi mese già 8.000 ne erano state vendute. Il secondo come sta andando?
Sembra stia andando bene anche il secondo, non so ancora i dati ufficiali perché i tempi sono molto lunghi. Ma, per esempio, adesso dovevo fare una presentazione presso Auchan, però tutte le copie erano già finite… Questo è un segnale molto buono.
• Parlaci un pochino delle presentazioni in libreria.
Di solito sono io che le organizzo: vado in una libreria e chiedo se posso farle, solitamente qui in zona. Tramite la Newton Compton sono stato invitato ad una puntata di Uno Mattina e al Tg2. Spesso sono anche le librerie che mi contattano per organizzare un evento. Per esempio, per il primo volume, mesi fa, sono stato invitato a Roma e a Padova.
• Com’è stata questa esperienza?
E’ stata traumatica, proprio perché sono molto timido. Nel vedere le telecamere del Tg2 in casa mi sono molto imbarazzato; invece ad Uno Mattina, nello studio, sotto i riflettori, ero convinto che non sarei riuscito a dire niente, che sarei rimasto lì, seduto imbambolato.
• Per quanto riguarda la Newton Compton, la casa editrice aveva capito che venivi a Roma per discutere di libri, o facevi tutto da casa?
Sì, sono andato una volta all’inizio per discutere i termini del contratto, poi sono tornato per andare ad Uno Mattina, e nel frattempo ho fatto anche un salto da loro. Comunque generalmente noi ci sentiamo via e-mail.

• Per curiosità, come si chiama l’editor che ti hanno affidato?

Cristiano Armati, che è colui che ha seguito il primo e il secondo.
• Il terzo libro come sta andando?
L’ho iniziato subito dopo la maturità, perché praticamente ho passato tutta la quinta senza scrivere, tra una cosa e l’altra, esami e simulazioni. Quindi, poi, quando mi sono liberato di questo peso, mi sono sbizzarrito e adesso sono già a un buon punto della chiusura del terzo.
• Sul tuo sito, abbiamo visto che vai a ritmi abbastanza veloci. Il primo ottobre, stavi a pagina 267, ora dove ti trovi? Ci vorresti dare qualche anticipazione?
L’ho appena concluso. Ci saranno diversi personaggi nuovi, e soprattutto i così detti “cattivi”, mi sono soffermato particolarmente nella loro descrizione, ma non solo la loro…
• Al momento stai leggendo qualcosa? Hai qualche libro preferito che rileggi?
Solitamente non rileggo. Ce ne sono così tanti, che per rileggerne uno dovrei evitare di leggerne un altro. L’ultimo libro che ho letto è stato “Ubik” di Philip K. Dick, l’ho finito di leggere questa settimana. Poi, qui sulla scrivania ho una trentina di libri che aspettano, con pazienza, di essere letti.
• In futuro pensi di passare anche ad altri generi o pensi di rimanere in questo fantasy (che non da tutti viene considerato fantasy, perché, ad esempio, ci sono scene di sesso)?
Non è un fantasy puro, tipo il “Signore degli anelli”, io m’ispiro ben poco a questo libro. Comunque penso che cambierò e proverò vari generi, mentre continuo a scrivere “Bryan”, sto provando a scrivere qualche racconto d’azione, di fantascienza, ho anche preparato delle bozze per progetti futuri, per quando avrò concluso la serie di “Bryan”
• La Newton ti ha chiesto/imposto qualcosa o ti ha detto vai avanti e scrivi quello che preferisci?
No, per ora ci sono ancora tre libri che devono uscire. Poi, quando avrò finito questo, proporrò loro qualcosa; ma sinceramente ancora non ci penso.
• Hai letto libri di autori italiani usciti recentemente, o leggi principalmente quelli stranieri.
Al momento leggo principalmente autori stranieri: Stephen King,  Joanne Rowling, Wilbur Smith, etc. Però adesso sto cominciando a tenere d’occhio anche gli autori italiani.
• Pensi d’avere qualcosa che ti diversifica rispetto agli altri autori della tua età? Perché, più meno, siete tutti sul fantasy.
Ho letto il primo libro di Chiara Strazzulla, “Gli eroi del crepuscolo”. Credo che il mio genere sia molto differente dal suo: mentre nei suoi romanzi si vede lo stampo tolkeniano, io “il signore degli anelli” l’ho letto dopo aver scritto “Bryan di Boscoquieto”. In ogni caso, io cerco d’esser più originale possibile, mischiando vari generi come, ad esempio, l’horror.
• Guardi film o telefilm? Se sì, ce n’è uno in particolare che segui?
Generalmente non guardo la tv, ma i film sì, al cinema, dove vado con alcuni amici. Ci sono dei film che mi hanno ispirato, o delle scene particolari.
• Hai un regista che ti appassiona?
Sì, c’è Tim Burton, che fa film molti eccentrici. Poi Spielberg, Lucas, i fratelli Wachowski

• Hai appena iniziato l’università: c’è qualcuno nella tua facoltà (lettere) che si è accorto che sei un autore ormai abbastanza conosciuto a livello nazionale?
Ci stanno due mie amiche che lo sanno già, e un mio ex compagno di scuola che già lo sapeva. Ma nessuna mi ha mai fermato per i corridoi per chiedermi qualcosa.

• Sei mai entrato in una libreria chiedendo d’autografare i tuoi libri per promuoverli?

(sorride) No, sono entrato per chiedere se potevo venire a presentare. Ma quando è uscito il mio primo libro, andavo nelle librerie per vedere se era arrivato dappertutto ed è capitato che qualche libraio mi ha riconosciuto.
• C’è una domanda che vorresti ti avessimo fatto o qualcosa che vorresti dire?
Conosco ragazzi e ragazze che si svegliano un giorno e dicono: “Adesso scrivo un libro, tra un anno lo finisco e poi lo pubblico.” Così fanno un passo più lungo della gamba, perché non è una cosa così semplice. Infatti molti iniziano a scrivere, impegnandosi in un progetto che è molto impegnativo, e dopo un po’ si arenano. Io qui vorrei dire che non sono partito con l’idea di scrivere un libro, ma ho scritto un racconto, seguito da altri, e poi ci ho preso gusto, e solo dopo aver scritto diversi racconti con Bryan come protagonista, ho ripreso i primi e li ho riscritti completamente, poi li ho riscritti di nuovo, e via via è stata una cosa un po’ graduale. Secondo me bisognerebbe iniziare con una storia breve.

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Intervista svoltasi via telefono a fine 2009. 

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