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giovedì 1 marzo 2012
martedì 28 febbraio 2012
Recensione de "I piatti più piccanti della cucina tatara"
La
più grande vittoria di Alina Bronsky in questo suo nuovo romanzo è
quella di riuscire a non farci chiudere il libro per via dell’odio
profondo che si prova nei confronti della protagonista, la
vecchia – ma giovane all’anagrafe – signora Rosa; e già questo nome,
attribuito alla madre di Sulfia e nonna di Aminat è una grandissima
presa in giro sulla quale la Bronsky gioca, perché Rosalinda “rosa” non
lo è per niente, nemmeno nella più inifinitesima parte del suo DNA, e fa
di tutto per ricordarcelo: costringe Sulfia a compiere azioni contro i
suoi principi, Aminat a sottomettersi alla sua volontà e prova
addirittura a imporre a Dio il proprio volere! Ovviamente, e a questo
punto è da ritenersi scontato, la signora crede d’aver ragione e diritto
su tutto, sempre.Con il comunismo di sottofondo, che viene percipito senza la necessità di chiamarlo con il suo nome ma solo attraverso i gesti e le azioni dei personaggi, tre femmine provano a sopravvivere alla loro rispettiva famiglia, più che al mondo che le circonda… Solo Aminat riesce a tener testa a nonna Rosa, però sotto minaccia, crolla, ubbidisce e tace. “Se primo smetti di essere così trasandata, secondo continui ad andare bene a scuola, terzo una sera sì e una no lavi i piatti al posto di tua madre, quarto il sabato passi l’aspirapolvere, quinto prepari i vestiti che tua madre deve lavare, sesto le ricordi quando deve fare la spesa… Hai segnato tutto? Bene. Se fai queste cose per tre mesi potrai prendere un gatto”.
Dopo aver responsabilizzato (sarebbe meglio dire “schiavizzato”) la nipotina, il pensiero della nonna è il seguente: “L’arrivo del gatto ebbe anche risvolti positivi. Per ragioni oscure, infatti, Aminat dava per scontato che Parassita (il nome del gatto secondo Rosa) fosse mio. Bastava che minacciassi di toglierglielo e lei faceva tutto quello che volevo”.
martedì 21 febbraio 2012
Mini recensione “La vendetta di Sasha”
Ci sono quei libri che ti fanno pensare: «No, non fa per me, ancora
qualche pagina e lo abbandono per sempre sul comodino», e poi ti ritrovi
a pagina 50 senza sapere bene il perché, e in seguito a pagina 100,
continui a leggerlo in orario di lavoro poiché proprio non puoi farne a
meno. Ebbene, “La vendetta di Sasha” è uno di questi.Sasha, Aleksandra per chi ancora non la conosce, è una ragazza di origine russa trasferitasi in Germania, in una specie di ghetto nei pressi di Francoforte. Sasha a 17 anni è una ragazza sveglia, sulla quale fanno affidamento il fratello, la sorellina e la badante – una lontana parente, cugina di colui che ha anche ucciso sua madre, Vadim.
Sasha è una persona sensibile, ma non lo dimostra. Lei odia tutti gli uomini tranne uno, il fratello, però, se dovesse cambiare, forse odierebbe anche lui. Sasha è una ragazza acuta e ci scalfigge quando la vediamo insicura.
Sasha ha due desideri: scrivere un libro su sua madre e uccidere Vadim.
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